Ci sono certe persone che riescono a scrivere
la canzone pop perfetta con una naturalezza irritante.
Sì perché non bisogna essere fondamentalmente
dei geni per fare dei piccoli capolavori: mica
è sempre detto che ci debbano essere arrangiamenti
elaborati e sovrastrutture che scardinano le teorie
di Adorno, di Middleton e di ogni studioso di
popolar music.
Certo, questa non è un j’accuse
nei confronti della sperimentazione musicale,
soltanto un’ode alla sincera semplicità
delle canzoni di Josh Rouse, che partendo da un
bagaglio melodico che pesca nella migliore scuola
dell’America leggera e del soul (i soliti:
Carole King, Suzanne Vega, James Taylor…
ma anche Neil
Young e Otis Reeding) e spiattella senza problemi
pezzi talmente catchy ed elementari che sorprendono.
Potremmo anche star qui a parlare all’infinito
del valore della canzone disimpegnata in un’epoca
non semplice come la nostra, ma quando attacca
la melodia di "Winter in the Hamptons"
si rimane stregati senza alternativa. E allora
va tutto a farsi benedire e si ascoltano a ripetizione
le armonie semplicemente fantastiche di “Nashville”.
Che poi Josh Rouse ci aveva già abituato
bene con il precedente “1972” e chi
– come il sottoscritto – non sa resistere
ad una manciata di melliflue canzonette buone
solo per il ballo a fine anno, troverà
in questo disco più di una conferma. Oltre
alla già citata "Winter in the Hamptons",
c’è la malinconica "Sad eyes",
la festa danzante di "Carolina" e l’incedere
sviolinante di "Streetlights"…
ma parlarne è inutile, fondamentalmente
perché questa è musica da assaporare
per quello che è, lasciandosi alle spalle
tutto (da una pesante giornata di lavoro a una
pioggia estiva) e ondeggiare la testa fischiettando,
finalmente, felici.
collegamenti su MusiKàl!
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recensioni
Carole King - Tapestry