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MY BLOODY VALENTINE
Concerto al Roundhouse (Londra) (22 giugno 2008)
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di Piero Merola scrivi un'email

Non sarà uno spettacolo indolore.
I My Bloody Valentine, sì proprio loro, tornano su un palco dopo sedici anni di astinenza. Era il 1992, un anno prima i quattro irlandesi avevano impreziosito un decennio di luci e ombre con “Loveless”, uno dei dischi più sconvolgenti degli ultimi vent’anni e forse dell’intera storia del rock.

Bisogna volare fino a Camden, nello storico Roundhouse, per la terza delle cinque date londinesi da tutto esaurito dopo il doppio warm-up di metà giugno. Il validissimo folk sperimentale dei Le Volume Corbe non attira troppo l’attenzione della platea, al solito variegata, dai nostalgici della new-wave ai giovani sobriamente trendy da ultimo Woody Allen, passando per residuati bellici degli anni Settanta e i loro nipotini (solo anagraficamente) della generazione-NME. E chissà cos’altro. Certo è che le barriere sociologiche crollano sul modo di ingannare l’attesa, ovvero immagazzinare pinte su pinte di birra. Chi nell’affollatissimo pub sul lato opposto della strada, chi dai foyer sopraelevati con impagabile vista sul quartiere degli eccessi di fine anni '70. Sembra aleggiare un’aria di normalità nonostante l’importanza dell’evento, quasi di disinteresse e distacco. A Londra è spesso così, in fondo. Ma quello di oggi non sarà uno spettacolo indolore e alle 21 in punto, dato un taglio al peculiare take-it-easy british, il Roundhouse è improvvisamente gremito.

Luci basse, Kevin Shields accenna un impercettibile, flebile saluto, gli altri tre Valentines sfilano come delle ombre davanti allo schermo che per tutta la durata dello show proietterà un epilettico montaggio di filmati al limite del disturbante. L’apnea di “I Only Said” e l’incantevole romanticismo di “When You Sleep” danno subito un’idea inequivocabile sul muro sonoro che solo loro riescono a erigere con un basso, una batteria e due chitarre (oltre a un indescrivibile armamentario di effetti, ampli e rack, senza con ciò voler minimizzare, anzi…). È subito trance collettiva. Come se una fittissima nebbia penetrasse fatalmente, secondo dopo secondo, tra le mura della caratteristica architettura circolare da teatro elisabettiano. L’alchimista dello shoegaze si alterna tra Jazzmaster e Jaguar, tra chitarre stridenti da sembrare dei synth e fragorose distorsioni che mettono a dura prova la stabilità della struttura. I volumi sono pazzeschi, tuttavia l’impresa di danzare sul sottile equilibrio di un suono avvolgente e corposo che non sconfina mai in un caotico impasto di suoni, riesce con naturalezza. Non solo nei momenti per così dire meno frenetici e violenti - per così dire, perché l’unico vero break all’incessante e annichilente assalto sonoro è riservato alla spettrale “Lose My Breath” sussurrata dalla splendida voce della Butcher – ma, prodigiosamente, anche nelle isteriche cadute negli inferi dei classici da “Isn’t Anything”. “(When You Wake) You’re Still In A Dream” e “You Never Should” sono dei magma chitarristici paradossalmente gelidi divorano i toni tenui e svampiti delle voci di Kevin e Bilinda.

Voci, nei brani del primo LP, prive rispetto a “Loveless”, di quel distacco alienato, quasi ultraterreno conferito dai quei filtri effetto-aldilà. Ma non è uno spettacolo indolore e lo dimostrano le straripanti riproposizioni di “Feed Me With Your Kiss” e “Nothing Much To Lose” in cui Colm O’Ciosoig, supportato dal maestoso basso di una Debbie Googe perfetta, si abbandona alle sue amatissime rullate da elettroshock. La platea è inerme, il suono satura ogni spazio. Fare il fonico dei My Bloody Valentine non dev’essere il più facile dei mestieri. E una svista sui volumi, per noi umani impercettibile, riesce quantomeno a far aprire bocca al taciturno, a dire poco, Kevin Shields che si scusa per l’interruzione nell’intro di una “SueIsFine” sparata alla velocità della luce.

Gli estratti da “Isn’t Anything” e i due ripescaggi dall’EP “You Made Me Realise (le dissonanti allucinazioni di “Thorn” e “Slow” sono all’altezza della situazione) sono in un certo senso il limbo prima dell’ascesa verso “Loveless”.

Non possono mancare una “Only Shallow” che conserva ancora l’inquietudine del limbo negli ubriacanti distorsioni a spirale da lasciare senza fiato né “To Here Knows When” in cui si è risucchiati in accecanti bagliori ed evanescenze sporcati da feedback e distorsioni. “Come In Alone”, eseguita magistralmente, è l’ascensione vera e propria. Non a caso, salvo un paio di irriducibili, prevale uno stato di estasi generalizzato. Nemmeno dopo l’eterea “Blown A Wish” i ritmi più sostenuti di una “Soon” fiabesca quanto implacabile spezzano l’incantesimo.

Ma non sarà uno spettacolo indolore, si è detto. Così inaspettatamente sbuca fuori, dopo un’ora e poco più di set quella che si rivelerà la chiusura del set. Sì, perché la folgorante “You Made Me Realise” dall’omonimo EP del 1988. si interrompe dopo un paio di minuti per scivolare in un lunghissimo buco nero di opprimenti suggestioni rumorose che motiva a-posteriori la distribuzione gratuita all’entrata di tappi per le orecchie, che avevo rifiutato arrogantemente rispondendo con un sarcastico “Shoegaze!” al già scazzato steward.

Un finale che si rivela un’estenuante sinfonia noise, assillante, monotona, priva di guizzi, variazioni o vie d’uscita. Come se tutte le distorsioni tenute per tutta la durata dello show in quel sottile limite dell’ascoltabilità esplodessero senza freni in una buona mezzora di insostenibile fragore. Il Roundhouse è pervaso da un sottofondo più consono a una base di lancio di uno shuttle che a una venue con alle spalle quasi due secoli di storia. Senza esagerare, un impatto di rarissima intensità, da far impallidire la Gioventù Sonica dei tempi d’oro con fratelli, cugini e proseliti al completo. La platea, complici, come se non bastasse, dei giochi di luce veramente perfidi, è in stato di shock. Dopo un quarto d’ora c’è chi tira fuori quei tappi presi con scetticismo come un cimelio, chi protegge i timpani con le mani, chi si defila, chi se la ride e chi si gode l’impatto senza limitazioni. A occhi chiusi. Se non fosse la terza data si potrebbe temere un cedimento della struttura. Anche perché l’apocalissi sonica innescata dai quattro impassibili protagonisti - sguardi prevalentemente rivolti verso il basso com’è giusto che sia con l’indemoniato Colm che non lascia in pace i piatti neanche per un secondo - si protrae con la stessa costanza e monotonia per altri quindici lunghi minuti.

Lo snervante quanto appagante rito autolesionista sfocia nell’isterica reprise in cui è ormai difficile tornare a distinguere suoni e sfumature, non solo per il prolungato stato di ipnosi quanto per le orecchie che ronzano non poco.

Non doveva essere uno spettacolo indolore e un finale senza amore ne è la più logica e degna apoteosi.

My Bloody Valentine

1. I only said
2. When you sleep
3. (When you wake) You're still in a dream
4. You never should
5. Lose my breath
6. Come in alone
7. Only shallow
8. Thorn
9. Nothing much to lose
10. To here knows when
11. Slow
12. Blown a wish
13. Soon
14. Feed me with your kiss
15. Sueisfine
16. You made me realise (con intermezzo di 30 minuti di noise)

 

 



30 giugno 2008




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