Se in passato non avessi avuto la certezza assoluta di trovarmi di fronte ad Anton Newcombe, la sua vita continuerebbe ad apparirmi come la sceneggiatura di un film svalvolato, uno qualsiasi di Araki diciamo. In realtà le caratteristiche totalmente fuori dal comune ne fanno un vero eroe romantico, costretto suo malgrado a vivere la vita di tutti i giorni come ogni comune mortale.
Difficile tratteggiare una personalità tanto multiforme e riuscire ad essere sufficientemente esaustivi per chi non ha la più pallida idea di chi sia il soggetto in questione. Cercherò di fare del mio meglio. Brian Jonestown Massacre è la creatura musicale del sopra citato Anton Newcombe, San Francisco, inizio anni ’90. Un genio, va detto senza timori. Uno di quelli che nascono con due cervelli in testa; vulcanico, lunatico, carismatico a dir poco e schizzato abbastanza da aver costretto alla dipartita, negli anni, qualcosa come più di venti musicisti accostatisi al progetto. Quegli stessi che inizialmente gravitavano nella sua orbita e hanno poi finito per emergere con le rispettive formazioni (Warlocks, Black Rebel Motorcycle Club...) mentre lui, coerente e folle allo stesso tempo, ha volutamente preso le distanze dal comunemente definito ‘successo’; avverso alle dinamiche malate delle major, esclusivamente focalizzate sul guadagno, ha fatto della libertà creativa la sua ragione di vita, dichiarando che la sua integrità artistica e morale non sarebbe mai stata in vendita. Ogni volta che il positivo riscontro degli addetti ai lavori lo portava a un passo dalla notorietà, Anton ha trovato il modo di scacciare la prospettiva quasi come se, in realtà, fosse l’ultima cosa di cui la sua vita abbisognasse. Risse, tossicodipendenze e quant’altro lo hanno tenuto lontano dal mainstream facendone un vero e proprio culto dell’underground anni ’90 e ’00: una figura ammirata e rispettata più dei colleghi che han sposato lo status di ‘celebrità’ e che, privi del suo genio creativo, quasi vorrebbero reincarnarsi in lui.
Con questa necessaria introduzione, nonostante il recupero di tutta la discografia (e la visione del film-documentario “DIG!”) sia il consiglio più spassionato, posso provare a descrivere questa nuova e lunga fatica discografica che ha visto la luce (in termini di stampa, dal momento che circolava liberamente sin dall’inverno 2007) quest’anno proprio sotto l’etichetta di Anton, la A Records – che, sempre per la cronaca, sta ristampando su vinile tutti i titoli. Per lasciare che la curiosità resti alta dall’inizio alla fine (soprattutto per i novelli) preferisco soprassedere su una descrizione traccia per traccia. Quello che conta osservare è che l’essenza dei BJM sta tutta qui, o meglio, che questo lavoro racchiude alla perfezione le svariate reincarnazioni di un combo mai così avanguardista in territori sia nuovi che già visitati.
E’ sì vero che una buona fetta di sound altro non si potrebbe definire come un revival rock di matrice anni Sessanta riformulato in chiave futuristica, altrettanto vero che la sconfinata varietà di strumenti e arrangiamenti hanno forgiato, e continuano a farlo, una personalità propria e soprattutto per niente datata. Tra poderose divagazioni psichedeliche che ricordano da vicino quel monolite chiamato “Methodrone” (1995), chitarre che richiamano le interminabili jam proposte dal vivo e tentativi di cogliere particolari dalla lezione shoegaze (merito anche del titolo stesso che omaggia i My Bloody Valentine, come successo in passato per Stones e Bob Dylan) rielaborandoli in abbozzati droni colorati di paranoie, una suite classica al piano rompe gli equilibri facendo virare il mood verso lidi più sentimentali. Il disco più estremo, connotazione tutt’altro che negativa, rimane variegato tanto nel suono quanto nella scaletta. Anton Newcombe riprende in mano i fili dell’ambizione – sempre artisticamente parlando – e dimostra di non averli mai saputi padroneggiare meglio. Se anche solo la metà degli album dichiarati in lavorazione vedesse la luce nel nuovo anno, ci sarà per forza di che goderne. Nel frattempo, tanto i cultori quanto i neo adepti avranno di che saziarsi ancora per un bel po’.
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