Come per chiudere un cerchio ci rechiamo alla data romana dei My Awesome Mixtape, approdati nella capitale (per la prima volta come headliner di serata) per presentare le mirabolanti canzoni del nuovo “How Could A Village Turn Into A Town” fresco di stampa.
Si prende posto con calma tra l’ancora sparuto pubblico sorseggiando una vodka redbull mal dosata e subito si gode dell’esibizione introduttiva dell’opening act The Jacqueries, gruppo cittadino dalla aspirazioni palesemente indie, con un occhio ai soliti Arctic Monkeys e l’altro agli Strokes (con tutto l’annesso albero genealogico di sottoband affini a srotolarsi abbastanza implacabilmente canzone dopo canzone). Potendo contare su una colonia di supporters motivatissimi che infiammano le prime file con un pogo probabilmente esagerato ma efficace, questi Jacqueries suonano le loro chitarre con la spocchia richiesta dal genere, scolpendo qualche ritornello incisivo ed indulgendo ad una gestualità un po’ compiaciuta ma del tutto consona, che ci porta a supporre che forse potrebbero effettivamente fare breccia nei fragili cuori feriti del popolo indie del bel paese (e forse oltre).
Giunge dunque il momento dei MAM che si presentano on stage in assetto a cinque vertici, con l’occhialuto e lungocrinito Maolo (aka Paolo Torreggiani) a destreggiarsi tra voce, percussioni e marchingegni vari, affiancato da un secondo tastierista, da una tromba, un violino elettrico e un basso. Le canzoni del nuovo lavoro sfilano via una dopo l’altra, arrampicandosi sui ritmi frastagliati e sussultanti che le batterie sintetiche ritagliano e ricuciono senza un minuto di tregua, mentre Maolo si contorce e saltabecca come in preda ad un microepilessia mistica in bilico tra un Thom Yorke in modalità Game Boy e una Scimmia D’Amore di Amara memoria.
La risposta del pubblico è calorosa e convinta, anche per i pezzi ripescati dal primo album e dall’antichissimo ep “Song of Sadness, Song of Happiness” (dal quale si ripropone “The Giant Squid”). Il suono si arricchisce di progressioni ballabili e dancerecce, con spunti quasi jungle ed inserti hip hop vorticosi e martellanti. Il lessico del gruppo risulta nel complesso abbastanza ampio, capace di rimbalzare e palleggiarsi tra intuizioni disparate, anche se la matrice elettronica tende a rimanere predominante, così come la propensione naturale per melodie pop fischiettabili ben costruite e sempre molto trascinanti.
Tra battimani e “Papparappapà” sparati come bengala incandescenti in sing along, il concerto giunge alla fine, e mentre tutti si affollano al banchetto del merchandising attirati forse dalle potentissime magliette, noi riusciamo addirittura a portarci a casa il cimelio prezioso di una bacchetta, felici di aver aver toccato con mano la crescita inarrestabile di una band che non ci abbandonerà tanto presto...
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