"Murder Ballads" è probabilmente
il concept album più originale mai composto:
se l'idea di concept album spesso è stata
sfruttata per raccontare la storia di un personaggio
("Tommy" degli Who, "The Wall"
dei Pink Floyd,
"La buona novella" di Fabrizio De Andrè)
la rilettura che ne dà Nick
Cave - al suo ottavo lavoro solista - è
deviante. L'album è infatti composto esclusivamente
da "ballate omicide" (per l'appunto),
racconti di delitti, spesso raccontati in prima
persona dall'omicida o dall'ucciso. Delitti passionali,
nella maggior parte dei casi, come nella splendida
ouverture di "Song of Joy", uxoricidi,
infanticidi; materiale non facilmente digeribile,
questo è certo, ma trattato con un fascino
e una dolcezza incredibili.
L'arguto, fine, rabbioso Nick Cave degli esordi
si è evoluto, ha arricchito i suoi arrangiamenti,
ha allargato la band (ai soliti Mick Harvey e
Blixa Bargeld si aggiungono altri musicisti, tra
i quali Jim Sclavunos, il primo batterista dei
Sonic Youth)
e la sua genialità compositiva qui raggiunge
uno dei suoi picchi più elevati. La voce
cavernosa e squarciante del cantautore australiano
scava nella profondità dell'anima ed è
sempre più vicina al suo padre spirituale,
il tanto (giustamente) adorato Leonard
Cohen. Non solo la musica, la voce e i testi
citano il cantautore canadese, perfino il libretto
sembra riprendere alcune idee di "New Skin
for the Old Ceremony". Ma a fronte di questo
palesato punto d'ispirazione, Nick Cave mostra
di possedere il carisma per ergersi a punto saldo
della musica contemporanea.
E in alcuni casi parlare di musica leggera sembra
veramente sminuente, come quando si aprono le
porte d'ebano dietro cui sono celate "Henry
Lee" (insieme a P.J.
Harvey), "Where the Wild Roses Grow"
(ma possibile che quell'angelo sia Kylie Minogue???),
"The Kindness of Strangers" con il pianto
straziante ed etereo di Anita Lane. L'album si
chiude come un ritrovo di amici, tutti a cantare
intorno alla dolce melodia di "Death is not
the End" di Bob Dylan. Al coro finale intervengono
PJ Harvey, Shane MacGowan, Kylie Minogue, Thomas
Wydler, Anita Lane e Blixa Bargeld. Un balletto
delicato in omaggio di tutti gli omicidi, immaginari
e non, sempre consapevoli di essere sempre innanzitutto
omicidi di noi stessi. Una lezione di poesia e
d'umanità unica nel suo genere. Forse,
insieme a "Ok Computer",
il più grande album pubblicato negli anni
'90.
collegamenti su MusiKàl!:
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Kylie Minogue - Can't
Get You Out Of My Head (12")
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