Conchiglia, e ventre materno, il teatro accoglie
ragazzi alti, pallidi e con barbe poco curate,
e ragazze bambine vestite con accostamenti fintamente
ingenui: tutti qui per ascoltare le favole dei
Mùm, e per assomigliare loro almeno un
po’.
Il teatro mal tollera il guascone Mugison: sfiancato
da tre settimane di astinenza sessuale, da un
laptop che non funziona e da qualche birra di
troppo, il ragazzo non sa decidere se saturare
l’aria di ispidi glitches o se avvolgerci
con folk malinconico e sussurrato; finirà
per gridare, campionare passi di tip-tap e gorgoglii
gutturali, lasciandoci nel dubbio sul suo effettivo
valore; peccato, perché se avesse smesso
per tre secondi filati di fare l’idiota
avremmo potuto rendercene conto.
Sfuma l’ultimo pezzo di Mugison e diventa
il primo dei Mùm: dissolvenza incrociata.
E di dissolvenza si deve parlare, davvero: già
alle prime note tutto sembra svanire, entriamo
in un mondo che non esiste davvero, perfino le
mura del teatro sembrano perdere di consistenza
e diventare nebbia. Siamo totalmente rapiti, centinaia
di piccoli Ulisse ipnotizzati dal canto della
sirena. Siamo centinaia di teste che guardano
al palco per assistere a un film che non esiste:
non immagini, ma piccoli irreali artigiani al
lavoro su un telaio invisibile, per creare un
vestito sonoro fatto d’aria. Tutto è
concreto, naturale; eppure tutto sembra così
evanescente, irreale… non sembra nemmeno
musica prodotta da strumenti normali, mi stupisco
di vedere la chitarrista suonare un accordo semplice
come un fa maggiore, o di vedere Kristin quasi
sparire dietro a un basso.
Sono le prime quattro canzoni a disegnare questo
mondo ricco di suoni (tromba, violino, batteria,
laptop, campionatori, basso, chitarra, pezzi di
lamiera e Dio solo sa cos’altro) eppure
talmente fragile, come un bel sogno che ti viene
a visitare nel dormiveglia: “Hù hviss
- a ship”, l’incantevole “Weeping
rock, rock”, “Nightly cares”,
“The ghosts you draw on my back”.
Il teatro trattiene il respiro ed esplode appena
la nebbia di suono si dirada: è un trionfo.
Altrove i Mùm saranno più solenni,
fragorosi perfino; ma è all’inizio
che si manifesta l’incanto, con le luci
sul pubblico simili a fari in riva al mare. Non
dimenticano il passato (il sussurro agitato di
“We have a map on the piano”, la perfezione
melodica di “Green grass of tunnel”),
ma è nei brani di “Summer make good”
che arriva la perfezione (era reale, “Oh
how the boat drifts”, o stavo sognando?).
I Mùm hanno creato qualcosa di unico: non
un suono, ma un intero mondo: incantevole ed enorme,
spaventoso. E bellissimo.
collegamenti su MusiKàl!
Mùm - Intervista
(6-11-2003)
Mùm - Finally
We Are No One