In quale occasione è possibile
vedere uno stuolo di giovani punk-techno-freak-alternative
ballare e saltellare al suono di "Ventiquattro
mila baci"? Ma ad un concerto dei Mr. Bungle,
naturalmente. Abbiamo avuto il piacere di assistere
alla performance del gruppo californiano in occasione
dell’Independent Days, manifestazione quanto mai
eterogenea e priva di una personalità ben
definita. La giornata di sabato, diciamocelo,
era quella che sulla carta si prometteva come
la più "loffia": gruppi semisconosciuti
e pesanti defezioni dell’ultimo minuto (vedi Coldplay).
Anche con tutta la più accogliente disponibilità
d’animo non era possibile andare oltre al "premio
per l’impegno" con gruppi come Brassy,
o Boss Hog. Il momento più basso
(o più "punk", decidete voi;
ma chi è che ha detto che questo era un
punk festival? Averlo saputo non ci sarei mica
andato!) è stato raggiunto alla fine dell’esibizione
dei Boss Hog, quando il chitarrista-cantante,
per una distorsione del microfono, ha interrotto
bruscamente la canzone per sbattere malamente
per terra il suddetto oggetto, non intuendo le
interessanti soluzioni sonore che questo incidente
offriva alla sua musica sbiadita.
Sta di fatto che il pubblico
era tutto per i Mr. Bungle. Ragazzetti
con magliette stropicciate dei Faith No More invocano
il nome di Mike Patton e cominciano a pigiarsi
contro il palco del Pala Nord, infame tendone
dalla buona acustica ma dalle condizioni termiche
insopportabili. I Bungle entrano in scena verso
le 22, prendendo possesso dell’impressionante
quantità di strumenti presente sul palco.
Punk festival? Musica fracassona? I poveri punkabbestia
dall’insaziabile fame di pogo si trovano a muovere
delicatamente il bacino al ritmo latin-lounge
di "Pink Cigarette", "None Of Them
Knew They Were Robots", "Sweet Charity",
brani tratti dall’ultima fatica del gruppo, "California".
Più che ad un raduno rock, sembrava di
essere in un dancing romano negli anni della dolce
vita, magari in compagnia di un Mastroianni o
dell’Albertone nazionale.
Ma non inganniamoci. Il saccheggio
dei "groove" dei vari Piccioni e Umiliani,
tanto di moda in questi tempi, sono solo un ingrediente
pretestuoso per confondere ulteriormente le carte
in tavola. I Mr. Bungle riescono a mischiare brevi
accessi di puro metal con trovate sonore e compositive
al limite della genialità, spaziando dalle
marcette drogate alla Kurt Weill (presenti soprattutto
nel primo album) alle romanticomiche melodie strappalacrime.
Il tutto supportato da un’indiscutibile preparazione
tecnica ed esecutiva.
La band è sicuramente
composta da validissimi elementi, come il percussionista
Denny Heifetz, o il chitarrista-tastierista Trey
Spruance, tanto più bravi quanto più
riescono a nascondere l’ingente quantità
di suoni e strumenti che si trovano costantemente
a maneggiare sul palco. Ma ovviamente la stella
è lui, Mike Patton. Il cantante degli ormai
defunti Faith No More non aveva bisogno di ulteriori
conferme per dimostrarsi un grandissimo cantante
e un istrionico front-man. Se poi aggiungiamo
che dalla sua, oltre ad una feroce ironia, ha
anche la perfetta padronanza della lingua italiana,
possiamo ben immaginare i risultati. Note di colore
a parte, Patton domina la scena con la sua voce
malleabile, potente, usata con la sapienza di
un attore e la curiosità di un Demetrio
Stratos.
Se esiste un genere "musica
sperimentale", questo è il genere
dei Mr. Bungle. Ma probabilmente la presenza stessa
di questo gruppo ad un Festival simile, segna
irrimediabilmente la morte dei generi.
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