Ipotesi: Phil Elvrum è un genio,
di quelli con la G, la E, la N, la I e la O maiuscole.
Tesi: Appena due anni fa, all'uscita di
"The Glow Pt. 2"
si era inserito il suo nome in un'ipotetica scuola
di pensiero che cercava nuove vie di fuga per
l'acustica. "The Glow Pt. 2" risultò
essere uno dei migliori album di quell'anno. Nessuno
o quasi, recensendo quel capolavoro badò
al fatto che il Phil Elvrum a capo dell'operazione
era lo stesso che faceva parte degli Old Time
Relijun; già questo avrebbe dovuto far
capire molte cose.
Passati due anni, tutto quello che doveva essere
capito esplode in maniera a dir poco deflagrante
in questo "Mount Eerie": e non è
che lo faccia di nascosto, anzi. Per comprendere
ciò che sto dicendo basterà togliere
la plastica dal cd, inserirlo nel lettore e far
partire la prima traccia: sporcizie elettroniche
che vengono interrotte, di tanto in tanto, da
boati in lontananza (come una nave che passa all'orizzonte
e lancia il suo richiamo aritmicamente). Le sporcizie
aumentano d'intensità fino a quando non
vengono risucchiate da un sabba percussivo che
prende via via sempre più forza, incessante
e perturbante, maniacale, spezzato solo da solitari
rigurgiti orchestrali che appaiono come lamenti
di un mondo sotterraneo che non ha ancora la forza
per venire definitivamente in superficie.
Superficie dominata dalla perdita di coscienza
tribale, che perdura fino al decimo minuto, dove
Elvrum intona una melodia instabile, incerta,
accompagnato da una chitarra ancora più
indecisa di lui e sovrastato da rumori improvvisi.
Melodia del non percepibile, del non eterno, del
non tangibile, eppure così carica di delicatezze
e di calma pacificante da imprimersi nell'anima
in maniera pericolosamente indelebile, con Elvrum
piccolo uomo gentile che con la sua voce cerca
(invano?) di combattere il mondo di rumori abissali
che gli si sta costruendo intorno secondo dopo
secondo e che nell'ultimo minuto mostra tutta
la sua furia distruttiva, travolgendo ogni cosa
sul suo percorso, compresa la voce di Elvrum che
ora si va spegnendo in stonature dimesse e distruggendosi
nel rumore.
Da questo rumore nasce la seconda traccia "Solar
System": è forse arrivato il momento
di dirvi che quella forma di arte che ho descritto
lungamente prima dura diciassette minuti e qualche
scampolo di secondo e si chiama "The Sun".
State iniziando a farvi un'idea? Bene, procediamo.
"Solar System" è una ballata
folk, molto meno pacificante e ottimista di quanto
possa sembrare ad un primo ascolto, con i rumori
ovattati che continuano ad apparire di quando
in quando nella loro tragicità cosmica.
Tamburi funebri in controtempo fra loro accompagnano
l'acustica in "Universe", che sembra
riprendere il sopravvento - addirittura una batteria
a scandire il tempo in perfetto stile folk e voci
femminili di contorno! -, ma è solo un
abbaglio. La pace acustica è nuovamente
deturpata, il ritmo si fa più incessante
acuendo al suo interno la componente catacombale,
la voce è ora straziante, e il tutto si
dissolve in un lungo loop che domina, relegando
in sottofondo il resto.
La title-track è un'altra suite sconvolgente;
anche qui gli elementi con cui ci si confronta
sono le memorie tribali, il contrasto tra cantato
e rumori (qui ancora più forte, dato che
per tutta la prima parte il cantato è solo,
senza nessun appoggio melodico da parte della
strumentazione), la caduta frenetica in un mondo
industriale paranoico e devastante, e la struttura
classica della ballata acustica che viene deturpata
da elementi esterni (batteria in controtempo,
basso stridente): le intuizioni di Elvrum sono
di una maturità tale da lasciare sbalorditi,
la sua carica eversiva unica - raramente si era
assistito ad un attacco così cosciente
alla società umana, attacco basato esclusivamente
sull'arte del contrasto. Anche questo pezzo finisce
nel rumore e di conseguenza anche il pezzo seguente,
il conclusivo "Universe" (sì,
esatto, due titoli uguali) si apre nel rumore.
Rumore che diventa elegia ecclesiastica, sporcata
da boati stonati, fiati senza forma e voci monotone.
E questo universo si conclude così, mestamente,
senza clangori inutili, senza crescendo emozionali.
Così, quasi senza speranza.
L'ipotesi posta in principio a questa recensione
era che Phil Elvrum fosse un genio. Il risultato
della tesi ne è semplicemente la conferma;
abbiamo indubbiamente davanti a noi una delle
menti più brillanti di tutti i tempi. Potrebbe
essere presto per dirlo, ma intanto io lo dico.
Così, per sicurezza
"Mount Eerie" è uno dei più
grandi album che possiate avere la fortuna di
incrociare in questo posto sbilenco e zampillante
che chiamiamo Universo, senza dubbio.
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Microphones - The
Glow Pt. 2