Il triangolo sì, questa volta l’avevamo considerato. Aspettavamo al varco i Motorpsycho, dopo Ulan Bator e Los Natas, per cercare conferma riguardo una teoria che vuole i trii provenienti dalla provincia dell’Impero salvatori del mondo dalla solita congiura giudo-plutaico-massonica (don Gelmini, aiutaci tu).
Deliri a parte, i vostri cronisti si attardavano seduti su un marciapiede, tra kebab egiziano (con parmigiano) e vino pontino, discutendo come al solito di Afterhours e Marlene (il sesso degli angeli non interessa più le nuove generazioni) quando i norvegesi hanno iniziato a suonare con puntualità svizzera. Di corsa dentro, inghiottendo il vino rimasto, ci siamo catapultati all’interno del locale aggirando la corpulenta (e oltremodo pignola) sorveglianza per prendere posizione a pochi metri dal palco. I tre erano già lì che iniziavano a scolpire il loro flusso di visioni pastose con un pubblico già completamente abbandonato ad un delirio psico-emotivo senza fine.
Il maelstrom decisivo arriva presto, con una “Little Lucid Moments” rovesciata con una forza d’urto impressionante, prima di sfaccettarsi in una miriade di riflessi hard, psych e pop, come una sintesi definitiva del suono del gruppo, una sorta di epitome da consegnare a posteri o ad alieni, su un cd spedito nello spazio dalla NASA (“Sì, amici di Marte, questo è il suono di un gruppo fenomenale del pianeta Terra, una macchina umana di rock senza compromessi, enciclopedica e col peso specifico del piombo”). C’è chi ha visto la fine del mondo in un minuto, chi il suo inizio, chi ha baciato in bocca il suo dio privato, chi molto più prosaicamente si è acceso uno spino offrendolo ai vicini, ma quel che conta osservare è la potenza di una psichedelia senza tempo che coincide con il potere ammaliatore della musica stessa, intesa come contenitore mutevole di emozioni e sfioramenti passeggeri, come edificio di imprendibili impressioni sensibili in continuo divenire. E stiamo parlando di un trio, questo giova ricordarlo, perché a suonare sembrava che ci fosse un’intera tradizione, un susseguirsi di epoche del rock tutte presenti a sé stesse e simultanee, prese in un gioco di rifrazioni e citazioni continue ma mai artificiosamente compiaciute.
Parliamo pure di manierismo, ma non ha senso lasciarsi andare ad elucubrazioni inutili. Sarà stato il vino generosamente offerto dall’amico Federico a favorire le fantasie i cui discutibili strascichi state leggendo, d’accordo, ma perché, c’è qualcosa di male? Cribbio, stasera i Motorpsycho hanno fatto da traghettatori per un paio di centinaia di persone con una dedizione alla causa che nemmeno Caronte, oltre due ore di magma quasi ininterrotto plasmato come cera da mani abili e viziosamente visionarie che si sono servite di brani vecchi e nuovi come canovaccio. Le varie “Nothing To Say”, “Waiting For The One”, “Sinful, Wind-Born”, “Feel”, “On My Pillow”, “Walking On The Water”, succedendosi senza pietà alcuna, compenetrandosi e scindendosi, hanno composto l’ossatura portante e mutevole di un flusso denso vomitato dagli amplificatori e sostenuto da un drumming possente. Dimenticare dove ci si trova e chi si è può avere un sapore più dolce di quanto si possa ragionevolmente immaginare e in alcuni casi occorre dimenticarsi di esistere per esistere più puramente, come di fronte ad un grande pericolo, e la musica dei Motorpsycho in ultima analisi ha offerto questo, un’ipotesi, anzi un’opportunità, di perdersi nelle onde montanti di watt e fendenti di chitarra, per potersi poi ritrovare nel fischio costante di orecchie felici di essere state ferite e nel vuoto, breve, al termine di ogni canzone (se così si possono definire), come riemergendo dal gorgo profondo di acque indomite.
Un’esperienza vera. Excusatio non petita, vi anticipiamo: non facciamo uso di droghe e il vino non era sufficiente a determinare stati di alterazione particolare. Come mai abbiamo scritto un tale cumulo di minchiate? Andatevi a vedere un loro concerto e poi venite a raccontarcelo… sarà senz’altro più rivelatore dell’istante in cui avete realmente compreso il modo in cui vostro padre e vostra madre vi hanno concepito, come dire, la fine dell’infanzia, l’inizio dell’allucinazione… Psichedelia, psichedelia, tutte le teste ti porti via…
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