Per vedere un concerto dei Motorpsycho,
bisogna vederne due di fila. Questo è quanto asseriscono
i loro "hard-core fans" (fra i quali mi inserisco
senza vergogna alcuna) che infatti hanno la tendenza
a seguirli in giro per l'Italia, o per la Germania,
l'Olanda e la Scandinavia, nei tour che con cadenze
mediamente annuali l'ex-trio norvegese (diventato
un duo) propone. Tale "necessità" è dovuta alle
enormi differenze che spesso intercorrono fra
un concerto e l'altro, differenze che hanno come
principale motivazione l'estro improvvisativo
della band, un estro spesso influenzato dalle
condizioni ambientali in cui si trovano a suonare,
e quindi, tanto per andare sul tecnico spinto,
sulla possibilità di avere un'acustica migliore
o peggiore sul palco. E così, anche a questo giro,
e con una band ampiamente rimaneggiata (l'olandese
Jacco Van Rooj alla batteria e il vibrafonista
Oyvind Brandtsegg accompagnano i due "superstiti"
storici Bent Saether e Hans Ryan), i Motorpsycho
offrono ai pazzi che li hanno seguiti al Rolling
Stone di Milano e al Velvet di Rimini, due spettacoli
totalmente diversi, nella scaletta e nell'atmosfera,
oltre che nella qualità.
Il concerto milanese è penalizzato nel
suono dall'ingegnere ubriaco che ha deciso di
montare l'impianto di amplificazione del locale
sul soffitto, rivolto verso il BASSO. Soluzione
forse ideale in discoteca (chi scrive non ne è
un frequentatore), ma deleteria in un concerto
rock nel quale la cassa Rotterdam non è l'unica
cosa che si deve sentire. Così, il gruppo presenta
una scaletta basata quasi esclusivamente sul nuovo
album, ovvero qualcosa che si possa suonare "a
memoria" e che non richieda doti improvvisative
non supportate da quelle che lo stesso fonico
del gruppo confermerà essere una situazione acustica
non ideale sul palco.
Saranno solo due ("Sideway Spiral III" e "Hey
Jane"), prima dei bis, i pezzi non tratti dal
disco nuovo, e ben due improvvisazioni avviate
al termine di altrettanti pezzi ("Triggerman"
e "Bonny Lee") verranno sostanzialmente cassate
per evidente poca sicurezza. Contento il pubblico
che voleva pogare, vista l'alta velocità del nuovo
disco, un po' meno chi aspettava un po' di estro.
Anche i bis non riservano grosse sorprese. Non
manca la classica "You Lied", cantata dal pubblico
in massa, e si chiude con la dolce "Feel", unico
pezzo tirato fuori dai primi 4 album del gruppo.
Il nuovo batterista non dà l'impressione di poter
eguagliare l'estrosità del transfuga Gebhardt,
anche se è indubbiamente potente e preparato sul
nuovo materiale, e il giudizio sul vibrafonista
è sospeso, causa inudibilità della sua esecuzione.
Ma è soprattutto la decisione di basare tutto
il set sul nuovo materiale, cosa alquanto inedita
per i Motorpsycho, a deludere il pubblico più
esigente, abituato alle continue sorprese che
il gruppo ha sempre elargito da una sera all'altra.
E così, dopo neanche due ore (a causa del ridicolo
coprifuoco del locale), il gruppo è costretto
a tagliare due pezzi dalla scaletta e a salutare
un pubblico che rumoreggia, con commenti del tipo
"senza Gebhardt, questo gruppo è finito".
Essendo anch'io fra i più disfattisti, ho modo
di sollevarmi e ricredermi la sera dopo, al Velvet
di Rimini, locale che storicamente, insieme
al "Paradiso" di Amsterdam, è il preferito del
gruppo, e quello in cui hanno le prestazioni più
brillanti e sorprendenti. La scaletta è una vera
bomba per i fans più accaniti: si apre con una
versione di mezz'ora di "Un Chien d'Espace", "suite"
psichedelica infarcita da una lunga improvvisazione;
si continua con un riassunto dell'ultimo disco,
ma poi si viaggia indietro nel tempo con tre dei
migliori brani tratti dallo storico "Timothy's
Monster": "Feel", "Kill some Day" e soprattutto
"The Wheel", capolavoro fra il doom e la psichedelia
che in questa lenta e reiterata versione aggiunge
almeno una decina di minuti ai diciassette originali,
fra crescendo e autentiche bombe di basso sulle
quali vibrafono, chitarra e voce lanciano urla
sferzanti ipnotizzando autenticamente il pubblico
in uno dei più emozionanti momenti che i Motorpsycho
abbiano mai offerto a chi vi scrive (e non è cosa
da poco). Non contenti, i quattro chiudono il
set con "Plan # 1", andando ancora più indietro
nel tempo. Segue una serie di cinque bis ad alta
velocità, e dopo quasi due ore e mezza il gruppo
ha ancora voglia di improvvisare con una lunghissima
"Hogwash", cavallo di battaglia risalente al primo
album "metal", ma proposta sempre in versioni
totalmente diverse ad ogni tour. Qui il batterista
Jacco dimostra di saper improvvisare eccome, mantenendo
la tensione in un'impro minimalista che dilata
a dismisura il pezzo.
Il concerto si chiude così dopo due ore e cinquanta,
e rispetto alla sera prima sembra un altro gruppo,
o quanto meno un altro tour... I due Motorpsycho,
davanti al muro di amplificatori che fa molto
"The Who" saluta il Velvet come "uno dei posti
più eccitanti dove suonare" e, questa volta, manda
a casa un pubblico felice e soddisfatto.
collegamenti su MusiKàl!
Motorpsycho - le
recensioni
The Who - The
Who Sell Out