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MOTORPSYCHO
Concerto al Rolling Stone (Milano) e al Velvet (Rimini) (10 e 11 maggio 2006)
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di Marco Mazzoldi scrivi un'email

Motorpshyco - Live a Bologna (Festa de l'Unità)

Per vedere un concerto dei Motorpsycho, bisogna vederne due di fila. Questo è quanto asseriscono i loro "hard-core fans" (fra i quali mi inserisco senza vergogna alcuna) che infatti hanno la tendenza a seguirli in giro per l'Italia, o per la Germania, l'Olanda e la Scandinavia, nei tour che con cadenze mediamente annuali l'ex-trio norvegese (diventato un duo) propone. Tale "necessità" è dovuta alle enormi differenze che spesso intercorrono fra un concerto e l'altro, differenze che hanno come principale motivazione l'estro improvvisativo della band, un estro spesso influenzato dalle condizioni ambientali in cui si trovano a suonare, e quindi, tanto per andare sul tecnico spinto, sulla possibilità di avere un'acustica migliore o peggiore sul palco. E così, anche a questo giro, e con una band ampiamente rimaneggiata (l'olandese Jacco Van Rooj alla batteria e il vibrafonista Oyvind Brandtsegg accompagnano i due "superstiti" storici Bent Saether e Hans Ryan), i Motorpsycho offrono ai pazzi che li hanno seguiti al Rolling Stone di Milano e al Velvet di Rimini, due spettacoli totalmente diversi, nella scaletta e nell'atmosfera, oltre che nella qualità.

Il concerto milanese è penalizzato nel suono dall'ingegnere ubriaco che ha deciso di montare l'impianto di amplificazione del locale sul soffitto, rivolto verso il BASSO. Soluzione forse ideale in discoteca (chi scrive non ne è un frequentatore), ma deleteria in un concerto rock nel quale la cassa Rotterdam non è l'unica cosa che si deve sentire. Così, il gruppo presenta una scaletta basata quasi esclusivamente sul nuovo album, ovvero qualcosa che si possa suonare "a memoria" e che non richieda doti improvvisative non supportate da quelle che lo stesso fonico del gruppo confermerà essere una situazione acustica non ideale sul palco.

Saranno solo due ("Sideway Spiral III" e "Hey Jane"), prima dei bis, i pezzi non tratti dal disco nuovo, e ben due improvvisazioni avviate al termine di altrettanti pezzi ("Triggerman" e "Bonny Lee") verranno sostanzialmente cassate per evidente poca sicurezza. Contento il pubblico che voleva pogare, vista l'alta velocità del nuovo disco, un po' meno chi aspettava un po' di estro. Anche i bis non riservano grosse sorprese. Non manca la classica "You Lied", cantata dal pubblico in massa, e si chiude con la dolce "Feel", unico pezzo tirato fuori dai primi 4 album del gruppo. Il nuovo batterista non dà l'impressione di poter eguagliare l'estrosità del transfuga Gebhardt, anche se è indubbiamente potente e preparato sul nuovo materiale, e il giudizio sul vibrafonista è sospeso, causa inudibilità della sua esecuzione. Ma è soprattutto la decisione di basare tutto il set sul nuovo materiale, cosa alquanto inedita per i Motorpsycho, a deludere il pubblico più esigente, abituato alle continue sorprese che il gruppo ha sempre elargito da una sera all'altra. E così, dopo neanche due ore (a causa del ridicolo coprifuoco del locale), il gruppo è costretto a tagliare due pezzi dalla scaletta e a salutare un pubblico che rumoreggia, con commenti del tipo "senza Gebhardt, questo gruppo è finito".

Essendo anch'io fra i più disfattisti, ho modo di sollevarmi e ricredermi la sera dopo, al Velvet di Rimini, locale che storicamente, insieme al "Paradiso" di Amsterdam, è il preferito del gruppo, e quello in cui hanno le prestazioni più brillanti e sorprendenti. La scaletta è una vera bomba per i fans più accaniti: si apre con una versione di mezz'ora di "Un Chien d'Espace", "suite" psichedelica infarcita da una lunga improvvisazione; si continua con un riassunto dell'ultimo disco, ma poi si viaggia indietro nel tempo con tre dei migliori brani tratti dallo storico "Timothy's Monster": "Feel", "Kill some Day" e soprattutto "The Wheel", capolavoro fra il doom e la psichedelia che in questa lenta e reiterata versione aggiunge almeno una decina di minuti ai diciassette originali, fra crescendo e autentiche bombe di basso sulle quali vibrafono, chitarra e voce lanciano urla sferzanti ipnotizzando autenticamente il pubblico in uno dei più emozionanti momenti che i Motorpsycho abbiano mai offerto a chi vi scrive (e non è cosa da poco). Non contenti, i quattro chiudono il set con "Plan # 1", andando ancora più indietro nel tempo. Segue una serie di cinque bis ad alta velocità, e dopo quasi due ore e mezza il gruppo ha ancora voglia di improvvisare con una lunghissima "Hogwash", cavallo di battaglia risalente al primo album "metal", ma proposta sempre in versioni totalmente diverse ad ogni tour. Qui il batterista Jacco dimostra di saper improvvisare eccome, mantenendo la tensione in un'impro minimalista che dilata a dismisura il pezzo.

Il concerto si chiude così dopo due ore e cinquanta, e rispetto alla sera prima sembra un altro gruppo, o quanto meno un altro tour... I due Motorpsycho, davanti al muro di amplificatori che fa molto "The Who" saluta il Velvet come "uno dei posti più eccitanti dove suonare" e, questa volta, manda a casa un pubblico felice e soddisfatto.

collegamenti su MusiKàl!
Motorpsycho - le recensioni
The Who - The Who Sell Out

 



17 maggio 2006




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