I comici hanno sempre ascoltato musica. Molti
sono stati prima dei musicisti e poi dei comici.
Altri sono riusciti a far emergere la loro enorme
passione per questa attraverso il loro mezzo (come
dimenticare Gene Gnocchi e il suo “Perepepe”?
Inoltre, si vocifera sia un grande fan della scena
indie australiana degli anni ’80…
Stems, Lime Spiders, Hoodo Gurus). Ed ecco che
dopo i dischi folk-casarecci di Flavio Oreglio
arriva la grandeur di Broadway a firma Daniele
Luttazzi.
Introdurre il personaggio di Luttazzi sarebbe
inutile, la sua verve e la sua filosofia professionale
sono cose note ai più, quello che sorprende
è invece trovarsi tra le mani un lavoro
di tal guisa. Un’opera che si muove con
nonchalance attraverso anni di tradizione della
canzone popolare americana, che rimanda con enorme
fascino ai roaring twenties e Francis Scott
Fitzgerald, al jazz bianco e al crooning, a Ira
Gershwin e lo show-biz dei grandi teatri della
Grande Mela. Questo è altro in “Money
for Dope”, risultato di un ripescaggio di
Luttazzi di alcune sue canzoni scritte tra il
1979 e il 2002. Un disco che svela la sua doppia
natura in una malinconia di fondo che si insinua
tra le pieghe di una musica spesso propria del
varietà popolare, fino a raggiungere
l’apice nella title-track, canzone scritta
all’indomani della morte per overdose di
un’amica di Luttazzi.
Un disco da scoprire, popolare sì, ma
non per tutti, che colpisce per la freschezza
anacronistica degli arrangiamenti e per l’atmosfera
dimessa che pervade tutti i suoi 43 minuti. Ed
è sorprendente notare come Luttazzi riesca
a colpire ed affascinare anche quando non c’è
assolutamente niente da ridere.