Gli Arab Strap giungono al sesto disco, e ancora
una volta ci troviamo ad ascoltare un album a
tema, come già era stato per "The
red thread": se a farla da padrone, in quel
caso, erano sesso e relazioni sentimentali disastrose,
qui l'azione si svolge in un pub immaginario,
lo "Hug & Pint", un set ideale dove
narrare le storie degli avventori di questo locale.
Le canzoni rispecchiano tutte le varie tipologie
di persone che ti aspetteresti di incontrare in
un pub: c'è quello solitario, quello timido,
quello rancoroso, quello che sta per crollare
dopo l'ennesima pinta di scura
insomma,
un immaginario tipicamente scozzese, ibridato
con le "Mosche da bar" di Bukowski e
le depressioni insanabili alla Joy Division (per
le atmosfere ricreate, ma non nelle sonorità,
sia chiaro).
Per meglio raccontare queste diversità,
anche la musica passa con disinvoltura da un genere
all'altro, rimanendo per miracolo sempre riconoscibile,
rendendo impossibile definire, se ce ne fosse
il bisogno, il genere suonato dagli Arab Strap.
Ascolti l'iniziale "The shy retirer",
il momento migliore del lotto, e sei già
pronto a salutare una svolta indie-tronica (ma
se suonassi nei Notwist starei già gridando
al plagio); poi però comincia a rigirarti
in testa il termine post-rock, e quando ti sembra
di avere trovato una chiave di lettura il duo
cambia di nuovo le carte in tavola: "Fucking
little bastards" (ma che eleganza
)
vira verso il noise come mai in passato, "Who
named the days?" è talmente indolente
da sembrare cantata da un Lou
Reed appena alzato dal letto, "Loch Leven
intro" è addirittura smaccatamente
scottish folk!
Meglio rinunciare alle definizioni, e cercare
di abbandonarsi nelle trame narcotiche di queste
tredici canzoni: non è facile per chi ascolta,
però, 'ché di mostrarsi un po' meno
lagnosi gli Arab Strap non ne vogliono proprio
sapere. Insomma, non si può dire che la
musica del duo scozzese non sappia a tratti affascinare,
e non si può non apprezzare l'idea peculiare
di pop che stanno portando avanti; resta da capire
come, nonostante la grande varietà stilistica,
non si riesca ad arrivare a fine album annoiati
e molto prossimi ad un colpo di sonno.
collegamenti su MusiKàl!
Notwist - Neon
Golden
Lou Reed - le
recensioni