Va bene che, per usare una facile citazione,
essere scozzesi è una merda, ma nessuno
si sarebbe aspettato da una band della loro esuberanza
una “Mi porti un bacione a Firenze”
introduttiva. A Fucecchio, poi, che senza nulla
togliere, con Firenze ha ben poco in comune se
non la provincia e la propria rassegna estiva,
il Marea Festival, che ha in questa unica data
italiana dei Mogwai strappata a decine di concorrenti,
il vero motivo d’orgoglio.
Tornando a loro, è bene precisare come
il sottoscritto non pretenda da ogni band scozzese,
mi viene da pensare agli ormai compianti Arab
Strap, kilt, orgoglio nazionale e canti tradizionali
a base di cornamuse in apertura, ma neanche segnali
d’affetto (eufemismo di leccate di culo?)
così smisurati al nostro paese. Come una
sciarpa viola sulla batteria dei colori del Celtic
– identità calcistica, almeno quella,
che stasera non rinnegano - e inequivocabili magliette
“No Dal Molin” che troneggiano su
amplificatori e casse come se ormai, dopo l’avvicendamento
di questi giorni tra due loro connazionali, Tony
Blair e Gordon Brown, considerassero una lotta
più dura e impegnativa quella per lo smantellamento
delle basi-Usa rispetto all’annosa questione
dell’indipendenza scozzese. Eppure la serata
era iniziata con un respiro tutt’altro che
provinciale. Due band locali sì, i promettenti
May I Refuse e i più rinomati Velvet Score,
ma che tuttavia dimostrano, rari esempi nostrani,
come si possa essere italiani senza quelle banalizzazioni
provinciali – termine ricorrente - che ci
fanno dire “questa band all’estero
sarebbe presa a pesci in faccia”. Quando
si scorge poi lo stesso Barry, durante l’allestimento
del palco, con addosso una delle suddette magliette
a sorseggiare una Moretti, si capisce che non
c’è solo la logica da turisti britannici
in vacanza in Toscana dietro, ma vera solidarietà
e affetto. Mi convinco, insomma, e il concerto
non può che avere inizio. E ci sta, a questo
punto, che la stessa band ineffabile e imprevedibile
che in altri tempi sfoggiava magliette altrettanto
spiazzanti (per chi ha la memoria corta, BLUR
IS SHIT), scelga di iniziare con una b-side, il
gelido post-rock dalle venature elettroniche di
“Superheroes of BMX”, ripescata dall’ottimo
“EP+6” del 1999.
I Mogwai sono una band affiatata, la cui resa
sul palco è quasi una certezza. La curiosità
ricade più che altro sulla setlist e sul
tono che intendono dare alla serata. Inaspettatamente
l’inizio è pacato. Tra il propedeutico
e il propiziatorio. Seguono, infatti, due dei
brani in cui è il piano più delle
chitarre a fare da protagonista, i vibranti panorami
notturni di “Friend Of The Night”
e “I Know You Are But What Am I”.
Il suono è avvolgente. Un continuo rincorrersi
di riverberi, effetti e delay (notevole quello
sul rullante della batteria) che colorano l’inconfondibile
tappeto sonoro dei cinque protagonisti –
se non si fosse intuito - meno freddi e taciturni
del solito. Non solo risate e sorrisi, persino
il glaciale Stuart dispensa qualche “Thank
you very much” tra una canzone e l’altra.
A rompere questo clima di relativa rilassatezza
arriva “Ratts Of The Capital” che
ha con sé un mood più aggressivo
rispetto alla versione contenuta in “Happy
Songs For Happy People”. E, ciò che
più conta, uno dei crescendo più
impetuosi dell’ormai decennale carriera
del quintetto di Glasgow. Con quelle chitarre
che danno l’idea di un mare in tempesta,
dai primi sinistri presagi nei riff che si intrecciano
salendo d’intensità, fino alla tempesta
vera e propria che culmina nel luciferino riff
distorto che si spegne gradualmente lasciando
vivo l’incubo. Muoversi è difficile.
I Mogwai dal vivo vanno subiti.
Il loro marchio di fabbrica, sul palco come su
disco, si salda sull’alternanza di atmosfere.
Non solo all’interno dello stesso brano
(la cinica rielaborazione dell’unico brano
da “Come On Die Young”, “Ex-Cowboy”
o un’altra b-side di lusso, “Small
Children In The Background”), com’è
logico aspettarsi dalla band post-rock per antonomasia,
ma nell’accurata selezione della sequenza
dei brani in scaletta.
Non mancano le lievi “Kids Will Be Skeletons”
e “New Paths To Helicon part 1” ideali
colonne sonore di ogni risveglio o l’inedita
“7:25” tratta dalla colonna sonora
scritta per il film dedicato a Zidane, “A
21st Century Portrait”.
Né mancano le cavalcate più implacabili,
la cantata “Travel Is Dangerous” e
il terrificante assalto chitarristico di “Glasgow
Mega-Snake” sospinto da una sezione ritmica
letteralmente indemoniata. L’effetto di
frastornamento e stordimento è paragonabile
a uno stato di shock. Riduttivo da descrivere
a parole. Bisognerebbe allegare i flash delle
espressioni stampate sul viso di chi prova a resistere
all’impatto ad occhi aperti. Come nella
folgorante reprise di “Mogwai Fear Satan”
resistere all’impatto è un’impresa
per pochi eletti. Chiude, secondo regalo del bis,
il brano che chiude l’ultimo LP “Mr.Beast”,
con quelle saturazioni che sconfinano nello shoegaze
più estremo e soprattutto con quei feedback
piacevolmente molesti che si prolungano mentre
cinque sono già nel backstage. “We’re
No Here”, la chiusura ideale, insomma.
Perché quando si assiste a un concerto
dei Mogwai, se non prevalesse la volontà
di riconoscersi orgogliosi testimoni di uno spettacolo
del genere, dello spettacolo di una delle band
più significative del nostro tempo, sarebbe
più adeguato ammettere “Noi non
siamo qui”.
O forse non ci siamo mai stati.
SETLIST
Superheroes of BMX
Friend Of The Night
I Know You Are But What Am I?
Ratts Of The Capital
7:25
New Paths To Helicon Pt.1
Kids Will Be Skeletons
Travel Is Dangerous
Stop Coming To My House
Ex-Cowboy
Small Children In The Background
Mogwai Fear Satan
--------------------------
Glasgow-Mega Snake
We’re No Here
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