MODIÈ + SHAKEROBBA + MAURIZIO MAZZENGA - Concerto allo Spazio Zero (Roma) (18 febbraio 2006)
di Raffaele Meale
Girovagando per le vostre contrade provate a fermare i passanti che incrociate sulla via per chieder loro lumi sulla musica rock romana: dopo un iniziale prevedibile sbandamento assicurato dalla certo non usuale questione potrete assistere a due diverse reazioni. La prima prevede un rimbrotto di tutto cuore, magari accompagnato da una spintarella leggera atta a scansarvi, la seconda (ben più rara, c’è da dire) è evidenziata dallo sciorinamento mnemonico di un paio di nomi. Solitamente i cantanti che identificano la musica leggera prodotta nella capitale sono Antonello Venditti e Renato Zero. A volte potrà finire in mezzo Francesco De Gregori, mentre quelli che hanno seriamente tempo da perdere per rispondere potranno poggiare sul piatto della bilancia anche Max Gazzè e Daniele Silvestri.
Ecco, in questi quattro/cinque nomi (potrei averne dimenticato qualcuno, ma non cambierebbe il senso della frase) si esaurisce la conoscenza della scena musicale romana: i più arditi, gli amanti dell’underground e del nascosto, del meno visibile, dell’oscur(at)o arriveranno a citare le Motorama accasatesi con la Bar La Muerte. La domanda reale da porsi è dunque “esiste una scena rock a Roma?”, e la risposta potrebbe essere racchiusa nella serata svoltasi allo “Spazio Zero”, locale sperduto dalle parti del Tufello, lassù a Roma Nord lungo la Nomentana a ridosso di Montesacro: questo non perché la proposta sia stata sconvolgente a tal punto da determinare uno scarto nelle sinapsi del pubblico, ma per la varietà con cui si è mostrata.
Apre le danze Maurizio Mazzenga in inedita fuga solitaria dai compagni di percorso Moka – in pratica i Mogwai in veste capitolina – e Red Cherry: il suo è uno spettacolo scarno, abbellito solo da una chitarra acustica che delinea con estrema chiarezza un universo folk di riferimento. Maurizio sembra intenzionato a focalizzare la sua ricerca sonora nel punto di contatto tra l’intimismo e il ballatone old style, e la proposta sembra funzionare sinceramente solo a metà. Se da un lato è indubbio che la musica scorra via lieve e soave, dall’altro è ancora più certo che questa leggerezza paghi il dazio pesante nel suo essere totalmetne indolore; non c’è empatia possiible perché tutto è troppo semplice, la delicatezza non acquista nè i toni privati della memoria nè quelli universali della pacificazione. Sono venti minuti e poco più beati ma mai beatificati quelli che propone Maurizio, e alla fine resta palese la sensazione di aver buttato giù un bicchiere d’acqua: fresco, ma inodore, insapore e incolore. In attesa di conferme o smentite, il giudizio è sospeso...
È dunque la volta degli Shakerobba, terzetto in odore di indietronica: batterie campionate, percussioni ossessive, sospensione elegiaca tra melodia e ricerca sonora. Tutto molto interessante sulla carta, anche se dal vivo la band avrebbe bisogno di un rodaggio maggiore; si nota infatti la mancanza di esperienza, fattore al quale è veramente difficile sopperire. Ci sarà tempo per risentirli e per notarne le eventuali evoluzioni, ma il progetto sembra avere le carte in regola per poter dire la sua in futuro. Per ora restano alcune idee interessanti, evidenti soprattutto quando il trio si butta a corpo morto sull’estremizzazione del linguaggio usato. Laddove il tutto si fa maggiormente standardizzato si iniziano a sentire gli scricchiolii di un’architettura tutt’altro che perfetta: da un punto di vista melodico c’è ancora da lavorare, se è un campo sul quale gli Shakerobba hanno mire particolari. Qualora così non fosse, tanto meglio: di sane immersioni nel suono a Roma sono in pochi a farle. In bocca al lupo, lo stesso che feci tempo fa ai Modiè dopo l’ascolto del loro EP demo di tre brani. Il malcapitato canide nel frattempo ha perso la pellaccia per sua sfortuna, perché il quintetto capitolino ne ha fatta di strada, eccome se ne ha fatta.
Artefici di un post-rock pronto a perdere in geometria e matematiche certezze per ibridarsi con un suono più materiale, terreno e carnale, i Modiè rifulgono di luce propria a cospetto dei colleghi che li hanno preceduti sul palco anche grazie alla creazione di uno spettacolo che esula dal semplice “accordiamoci e andate in pace”. La statura live della band è di tutto rispetto, il lavoro sulla messa in scena di sè non solo per niente banale ma assolutamente originale per un fenomeno, come quello della musica indie, che se n’è sempre bellamente fregato. E anche per questo la creatura Modiè arriva a colpire in profondità e con estrema precisione: unire un marchingegno sonoro destabilizzante di suo (il passaggio dal fluire raddoppiato e intrecciato proprio del post-rock alle sfuriate narcolettiche più vicine a un’ideologia post-punk è rafforzato dall’utilizzo del violoncello suonato da Livia, anche splendida voce di supporto al frontman Dario) a un’estetica visiva non certo ordinaria è una scelta lungimirante e deflagrante, di quelle che possono garantire l’uscita dall’anonimato. Da un punto di vista strettamente musicale al di là di qualche sbavatura logica – se è vero che non si può pretendere la perfezione da nessuno, il discorso sarà ancora più valido quando bisogna spendere parole per dei giovanotti di belle speranze incastonati in un palco dove il riverbero avrebbe creato problemi a chiunque – l’alchimia tra i cinque appare perfetta, il dosaggio dei saliscendi emotivi ben calibrato, la struttura melodica arrangiata con notevole gusto e intelligenza. Nel gioco del riconoscimento impossibile (anche perché a tratti ironicamente palesato) non notare echi di ferrettiana memoria nei testi, mentre l’ago della bilancia musicale oscilla assestandosi tra rimasugli di Ulan Bator, schegge di Godspeed You! Black Emperor, ectoplasmi di Liars e chi più ne ha più ne metta.
Ma è doveroso rimarcare come la forza dell’intero progetto risieda nella pervicace volontà di non essere troppo facilmente assimilabile a chicchessia (torna valido il riferimento precedente sul rapporto di filiazione tra i Moka e i Mogwai, ad esempio) e di andare dritto per la propria strada. Mischiando grezze digressioni rumosristiche a eleganti e, perché no?, altezzose pose dandy quali lo stop dettato da un repentino gesto della mano di Dario o lo straordinario finale affidato al riverbero degli strumenti appiccicati agli amplificatori (come insegnato dai Sonic Youth venti anni fa e dai nostrani Marlene Kuntz dieci), sul quale impazzisce letteralmente la batteria e si eleva, eterea e inafferrabile la voce di Livia, unica ancora possibile alla deflagrazione totale del suono, alla vittoria della macchina sull’uomo. Ma queste sono elucubrazioni da quattro e quarantacinque del mattino, e probabilmente lasciano il tempo che trovano.
Resta l’applauso incodizionato ai Modiè, reale speranza – certezza? - della musica romana, e l’impressione che forse sotto sotto qualcosa si sta muovendo. Chissà, magari tra dieci anni se qualcuno si vedrà costretto a rispondere al quesito “qual è la scena musicale romana?”, avrà la possibilità di parlare di rock, e senza dovercisi arrovellare troppo sopra.
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