Girovagando per le vostre contrade provate a
fermare i passanti che incrociate sulla via per
chieder loro lumi sulla musica rock romana: dopo
un iniziale prevedibile sbandamento assicurato
dalla certo non usuale questione potrete assistere
a due diverse reazioni. La prima prevede un rimbrotto
di tutto cuore, magari accompagnato da una spintarella
leggera atta a scansarvi, la seconda (ben più
rara, c’è da dire) è evidenziata
dallo sciorinamento mnemonico di un paio di nomi.
Solitamente i cantanti che identificano la musica
leggera prodotta nella capitale sono Antonello
Venditti e Renato Zero. A volte potrà finire
in mezzo Francesco De Gregori, mentre quelli che
hanno seriamente tempo da perdere per rispondere
potranno poggiare sul piatto della bilancia anche
Max Gazzè e Daniele Silvestri.
Ecco, in questi quattro/cinque nomi (potrei averne
dimenticato qualcuno, ma non cambierebbe il senso
della frase) si esaurisce la conoscenza della
scena musicale romana: i più arditi, gli
amanti dell’underground e del nascosto,
del meno visibile, dell’oscur(at)o arriveranno
a citare le Motorama accasatesi con la Bar La
Muerte. La domanda reale da porsi è dunque
“esiste una scena rock a Roma?”, e
la risposta potrebbe essere racchiusa nella serata
svoltasi allo “Spazio Zero”, locale
sperduto dalle parti del Tufello, lassù
a Roma Nord lungo la Nomentana a ridosso di Montesacro:
questo non perché la proposta sia stata
sconvolgente a tal punto da determinare uno scarto
nelle sinapsi del pubblico, ma per la varietà
con cui si è mostrata.
Apre le danze Maurizio Mazzenga in inedita
fuga solitaria dai compagni di percorso Moka –
in pratica i Mogwai in veste capitolina –
e Red Cherry: il suo è uno spettacolo scarno,
abbellito solo da una chitarra acustica che delinea
con estrema chiarezza un universo folk di riferimento.
Maurizio sembra intenzionato a focalizzare la
sua ricerca sonora nel punto di contatto tra l’intimismo
e il ballatone old style, e la proposta
sembra funzionare sinceramente solo a metà.
Se da un lato è indubbio che la musica
scorra via lieve e soave, dall’altro è
ancora più certo che questa leggerezza
paghi il dazio pesante nel suo essere totalmetne
indolore; non c’è empatia possiible
perché tutto è troppo semplice,
la delicatezza non acquista nè i toni privati
della memoria nè quelli universali della
pacificazione. Sono venti minuti e poco più
beati ma mai beatificati quelli che propone Maurizio,
e alla fine resta palese la sensazione di aver
buttato giù un bicchiere d’acqua:
fresco, ma inodore, insapore e incolore. In attesa
di conferme o smentite, il giudizio è sospeso...
È dunque la volta degli Shakerobba,
terzetto in odore di indietronica: batterie campionate,
percussioni ossessive, sospensione elegiaca tra
melodia e ricerca sonora. Tutto molto interessante
sulla carta, anche se dal vivo la band avrebbe
bisogno di un rodaggio maggiore; si nota infatti
la mancanza di esperienza, fattore al quale è
veramente difficile sopperire. Ci sarà
tempo per risentirli e per notarne le eventuali
evoluzioni, ma il progetto sembra avere le carte
in regola per poter dire la sua in futuro. Per
ora restano alcune idee interessanti, evidenti
soprattutto quando il trio si butta a corpo morto
sull’estremizzazione del linguaggio usato.
Laddove il tutto si fa maggiormente standardizzato
si iniziano a sentire gli scricchiolii di un’architettura
tutt’altro che perfetta: da un punto di
vista melodico c’è ancora da lavorare,
se è un campo sul quale gli Shakerobba
hanno mire particolari. Qualora così non
fosse, tanto meglio: di sane immersioni nel suono
a Roma sono in pochi a farle. In bocca al lupo,
lo stesso che feci tempo fa ai Modiè dopo
l’ascolto del loro EP demo di tre brani.
Il malcapitato canide nel frattempo ha perso la
pellaccia per sua sfortuna, perché il quintetto
capitolino ne ha fatta di strada, eccome se ne
ha fatta.
Artefici di un post-rock pronto a perdere in
geometria e matematiche certezze per ibridarsi
con un suono più materiale, terreno e carnale,
i Modiè rifulgono di luce propria
a cospetto dei colleghi che li hanno preceduti
sul palco anche grazie alla creazione di uno spettacolo
che esula dal semplice “accordiamoci e andate
in pace”. La statura live della band è
di tutto rispetto, il lavoro sulla messa in scena
di sè non solo per niente banale ma assolutamente
originale per un fenomeno, come quello della musica
indie, che se n’è sempre bellamente
fregato. E anche per questo la creatura Modiè
arriva a colpire in profondità e con estrema
precisione: unire un marchingegno sonoro destabilizzante
di suo (il passaggio dal fluire raddoppiato e
intrecciato proprio del post-rock alle sfuriate
narcolettiche più vicine a un’ideologia
post-punk è rafforzato dall’utilizzo
del violoncello suonato da Livia, anche splendida
voce di supporto al frontman Dario) a un’estetica
visiva non certo ordinaria è una scelta
lungimirante e deflagrante, di quelle che possono
garantire l’uscita dall’anonimato.
Da un punto di vista strettamente musicale al
di là di qualche sbavatura logica –
se è vero che non si può pretendere
la perfezione da nessuno, il discorso sarà
ancora più valido quando bisogna spendere
parole per dei giovanotti di belle speranze incastonati
in un palco dove il riverbero avrebbe creato problemi
a chiunque – l’alchimia tra i cinque
appare perfetta, il dosaggio dei saliscendi emotivi
ben calibrato, la struttura melodica arrangiata
con notevole gusto e intelligenza. Nel gioco del
riconoscimento impossibile (anche perché
a tratti ironicamente palesato) non notare echi
di ferrettiana memoria nei testi, mentre l’ago
della bilancia musicale oscilla assestandosi tra
rimasugli di Ulan Bator, schegge di Godspeed You!
Black Emperor, ectoplasmi di Liars e chi più
ne ha più ne metta.
Ma è doveroso rimarcare come la forza
dell’intero progetto risieda nella pervicace
volontà di non essere troppo facilmente
assimilabile a chicchessia (torna valido il riferimento
precedente sul rapporto di filiazione tra i Moka
e i Mogwai, ad esempio) e di andare dritto per
la propria strada. Mischiando grezze digressioni
rumosristiche a eleganti e, perché no?,
altezzose pose dandy quali lo stop dettato da
un repentino gesto della mano di Dario o lo straordinario
finale affidato al riverbero degli strumenti appiccicati
agli amplificatori (come insegnato dai Sonic
Youth venti anni fa e dai nostrani Marlene
Kuntz dieci), sul quale impazzisce letteralmente
la batteria e si eleva, eterea e inafferrabile
la voce di Livia, unica ancora possibile alla
deflagrazione totale del suono, alla vittoria
della macchina sull’uomo. Ma queste sono
elucubrazioni da quattro e quarantacinque del
mattino, e probabilmente lasciano il tempo che
trovano.
Resta l’applauso incodizionato ai Modiè,
reale speranza – certezza? - della musica
romana, e l’impressione che forse sotto
sotto qualcosa si sta muovendo. Chissà,
magari tra dieci anni se qualcuno si vedrà
costretto a rispondere al quesito “qual
è la scena musicale romana?”, avrà
la possibilità di parlare di rock, e senza
dovercisi arrovellare troppo sopra.
Recensioni collegate:
Francesco De Gregori - Pezzi
Francesco De Gregori - Francesco
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Francesco De Gregori - Bufalo
Bill
Max Gazzè - Un
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Max Gazzè - Intervista
(10-9-2002)
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Daniele Silvestri - Unò
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Commissions (BBC Sessions: 1996-2003)
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Not Dead
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Were Wrong, So We Drowned
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