Bob Dylan. Ha ancora senso mettersi a disquisire
sulla sua importanza, sulla longevità della
sua carriera, sugli episodi più controversi
e quelli più eccezionali della sua vita?
Penso proprio di no. Dylan è una delle
icone più grandi del secolo scorso, nonché
uno dei più grandi esempi di cultura americana
di tutti i tempi, e non accenna ancora a incamminarsi
sul viale del tramonto: tanto dovrebbe bastare.
Ma soprattutto, è davvero indispensabile
ora come ora mettersi ad analizzare, interpretare,
sviscerare la sua musica in ogni suo più
piccolo dettaglio, per poterlo capire? Secondo
me, non più. Dylan ha ormai la sicurezza
sintetica del romanziere consumato, la maturità
stilistica del pittore esperto, la padronanza
estetica del vecchio attore, la lucida consapevolezza
del saggio. Insomma, un suo disco non è
più un evento valutabile singolarmente,
ma va inserito in un contesto ben più ampio.
Bisogna tener presente che la sua poetica è
ora più SUA che mai, il suo tocco è
ormai assolutamente unico: ogni nuovo album, ogni
nuova canzone, ogni nuovo testo, rappresenta contemporaneamente
un universo a sé stante e un singolo tassello
dello sconfinato mosaico dylaniano. Ormai controlla
a tal punto la sua arte e la sua ispirazione da
poterle lasciar correre, come un grande regista
nell’ultima parte della carriera, come il
Chaplin che omaggia sia nel look sia, soprattutto,
nel titolo del nuovo disco: è consapevole
di essersi lasciato alle spalle i capolavori che
hanno letteralmente sconquassato e rivoluzionato
il mondo, ma anche di non essere passato, di riuscire
a rimanere attuale e al passo senza però
aver bisogno di accelerare l’andatura.
Dylan non rincorre, non inciampa, non si affretta
per raggiungere un’epoca che potrebbe sfuggirgli,
che potrebbe scivolargli tra le dita. Dylan affronta
l’avvento di questi tempi moderni con mano
salda e sorriso beffardo: sa di essere comunque
parte di loro, sa di essere e di rimanere un profeta,
per quanto i tempi possano cambiare.
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Bob Dylan - la Kalporzgrafia