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JETHRO TULL
Minstrel In The Gallery (Chrisalis, 1975)
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di Federico Olmi scrivi un'email

Più apprezzato di "War Child" da molti dei fan dei Jethro, "Minstrel in the Gallery" gli è in realtà inferiore, nonostante la bella copertina derivata da una stampa di Joseph Nash.

Il tessuto strumentale è più povero: le tastiere di Evans, pressoché disoccupato, sono sostituite dall'invadente orchestra di Palmer che, soprattutto nella smorta suite "Baker St. Muse", accompagna quasi costantemente la chitarra acustica e il canto. Ne risulta, complessivamente, un romanticismo senza molto costrutto, un po' polveroso e di maniera, dove persino la chitarra di Barre sembra sovente girare a vuoto, nel tantativo di dare sostanza ad arrangiamenti che suonano non molto curati: anche se probabilmente le pecche stanno già nella fase di composizione. Persino la title track, di grande intensità nella prima parte acustica, denuncia una certa stanchezza di fondo proprio quando si fa monumentale grazie ai riff effettistici ma riempitivi e ripetitivi di Barre.

Sebbene i passaggi suggestivi non manchino - e in questo senso la brevissima e conclusiva "Grace" occupa uno dei primi posti - essi sono esili e dovuti quasi unicamente all'elemento vocale, alla voce vibrante di Anderson: manca in sostanza, come abbiamo già anticipato, un adeguato supporto strumentale. Gli archi suonano come un surrogato poco convincente, vagamente ruffiano.

C'è sentore di svogliatezza, di vacanza. Forse non è un caso che Hammond-Hammond si sia ritirato a vita privata proprio dopo l'uscita di "Minstrel…": la disoccupazione, qui, colpisce persino lui, e non è un buon segno; la sua ritmica potente aveva segnato in modo evidente i tre concept degli anni precedenti.

Uno stile più superficiale - che maturerà pienamente l'anno successivo - si sta facendo strada: senza la coerenza e la personalità (e nemmeno il coraggio) delle precedenti realizzazioni, con l'epoca del progressive - almeno di quello più vitale - rapidamente declinante, i Tull inaugurano un suono per palati, o meglio orecchie, facilmente soddisfabili, un frullato decadente di generi che va dal rock duro, quasi hard per l'appunto, al pop e al melodico.

Come spesso accade, i prodromi di una mutazione (o degenerazione, a seconda del punto di vista) sono accettabili per i denigratori come per i sostenitori.

collegamenti su Kalporz:
Jethro Tull - la Kalporzgrafia



9 agosto 2002


Track list:

1. Minstrel in the Gallery
2. Cold Wind to Valhalla
3. Black Satin Dancer
4. Requiem
5. One White Duck/O10 = Nothing at All
6. Baker St. Muse (Pig-Me and the Whore, Nice Little Tune, Crash-Barrier Waltzer, Mother England Reverie)
7. Grace



I commenti
 
Pippo 30 luglio 2003
In sostanziale disaccordo. Sebbene sia evidente la stanchezza nella ricerca dell'originalità, evidenziata dall'abbandono degli strumenti che avevano caratterizzati i due lavori precedenti ( Warchild e APP ), Minstrel è un album che rende giustizia alle capcità compositive di Ian Anderson e alla perizia strumentale del gruppo.
Baker Street Muse è una riuscita rielaborazione delle suite precedenti trattata per rendere meno traumatici gli stacchi tra i momenti acustici e quelli "elettrici". Cold Wind to Valhalla è Ian Anderson che dice alla nascente scena metallara inglese ( si affacciavao in quegli anni invadendo i free festival ): "Questo è quello che voi vorretse saper fare, peccato che noi lo sappiamo fare meglio di voi e lo facciamo già da un po' ad ogni gig che teniamo". Per nulla d'accordo nel vedere qui l'inizio della ricerca dell'ascolto "facile". Anzi, forse è proprio il fallimento di Minstrel ( il 1° vero fallimento ), perchè ancora troppo elaborato, nelle charts americane spingerà Anderson alla totale autodemolizione nel successivo e francamente irritante "Too Old...".



Popten 23 agosto 2002
Bah...così come mi ero complimentato con il recensore per il 'trattamento' riservato ad Heavy Horses,in questo caso sono assolutamente in disaccordo!La storia è sempre la stessa:questo disco,così come Thick as a brick,è di ascolto certamente più complesso e dunque meno leggero dello stesso Heavy Horses come anche di Aqualung.Ma questo non è ASSOLUTAMENTE indice di un qualcosa di negativo,tutt'altro!E' vero anche che,in effetti, Minstrel in the gallery segna il passaggio dei Tull da produzioni prog a favore di lavori per lo più rock o folk e,come tale,risulta un disco un po' ibrido,ma a mio parere di altissimo livello.Insomma,per gli amanti del rock,indirizzatevi senza esitazione su Aqualung;a chi piace principalmente rock-prog,prendete senz'ombra di dubbio Thick as a brick(CAPOLAVORO ASSOLUTO) e poi acquistate Minstrel in the gallery;Heavy horses,poi, è molto gradevole,e certamente più tendente al folk.Questo è il mio parere,ovviamente condivisibile quanto disprezzabile...

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