Non c’era modo più astuto per evitarsi un anonimo sabato sanremese come tanti altri (poi trionfato da un Marco Carta ampiamente preventivabile/ preventivato, tanto che sarebbe stato più che opportuno ipotecare in termini monetari la previsione alla SNAI più vicina) non c’era modo migliore, si diceva, per evitare la mediocrità di tempi sempre più bui e uggiosi, che andarsi a vedere i Ministri addirittura in doppia esibizione nel giro dello stesso giorno. Pomeriggio in formato unplugged per pochi intimi e sera a scuotersi un po’ di polvere dalle orecchie con un set elettrico di tutto rispetto. Il primo miniconcerto (un’oretta scarsa) si tiene alla Fnac, all’interno di un centro commerciale che somiglia ad un immane mastodonte cementizio progettato da Dedalo per tenere in ostaggio la noia untuosa dei pomeriggi festivi (chiamato “Porta Di Roma” perchè è effettivamente ubicato lungo il bordo smangiato settentrionale dell’urbe). I presenti non superano la trentina di accoliti ma l’esibizione (due chitarre acustiche più voce in solitaria) regge bene ed è più che godibile, con le varie “Tempi Bui”, “Ballata del lavoro interinale” e “Il Bel Canto”che scorrono via acuminate anche grazie alla gestualità nevrotica (nonché un po’ militaresca) del cantante Davide Autelitano, che si integra alla perfezione con la trascuratezza cavernicola del capelluto chitarrista Federico Dragona. Il concertino viene allietato sia dalle battute pungenti che lo costellano come un tappeto di puntine maliziose (una costante della band, a quanto pare) negli intervalli tra un pezzo e l’altro, sia dallo sponsor ufficiale di questo fnac-tour, la Berlucchi, ditta produttrice di apprezzabili spumanti, che offre un aperitivo dimostrativo a base di tramezzini e bollicine che ci fa uscire barcollanti e un po’ alticci alla fine dello show, felici di aver approfittato (con fare banditesco) fino all’ultima goccia del variopinto mondo dei rinfreschi a scrocco.
Si è così pronti per il concerto serale al Circolo, al quale ci si dirige in sei su una Twingo (e potete facilmente immaginare chi dei passeggeri a bordo si offrirà di imbarcarsi nel bagagliaio per sperimentare una volta nella vita la prospettiva di osservazione del latitante fuggiasco). Il locale registra una presenza notevole di ascoltatori impazienti che prima però devono pagare il pedaggio agli opener Soul Of The Cave, decorosa giovane formazione, non originalissima a dir la verità, in bilico tra Tool e Queens Of The Stone Age (con un tocco di Isis sullo sfondo). Poi arriva l’esecutivo dei tre milanesi (con un quarto membro tuttofare-ministro senza portafoglio, sentenzia l’amico Nicola, da poco subentrato in organico) e inizia la loro lezione di economia politica nell’era del precariato a tempo indeterminato. L’apertura è a sorpresa affidata alle hit (è il caso dirlo) “Diritto al Tetto” e “Tempi Bui”. La risposta del pubblico è intensa, a testimonianza di un rapporto affettivo tra band e fans già molto stretto. Con le loro casacche napoleoniche anti-coldplay (chissà se hanno mai sentito i dischi di Wild Billy Childish che da anni combatte una personale Waterloo del garage -punk in alamaro ed elmetto) i Ministri espettorano i loro rigurgiti di vaffa antiretorici al suono di un hardcore melodico che a tratti somiglia ad un chiasmo tra Hives e Vines (ve li ricordate!?), altre volte prende invece le forme di uno frastagliato strabismo tra Husker Du, Linea 77 e certe smetallate sfrigolanti alla Motorhead. La forza delle canzoni sta (quasi) tutta nell’abilità del gruppo nel prendere l’insofferenza e il disgusto politico di un “uomo della strada” sempre più disilluso, e nel rovesciare poi tutto questo magma rovente di malumori e astio antistituzionale in una catena di immagini fulminanti che non scadono tuttavia mai nella sociologia pseudoprofessorale della canzone cosiddetta “impegnata”. Un po’ come faceva, certo con maggiore finezza poetica, Rino Gaetano, a pensarci. Ed è così che “Bevo”, “La Piazza”, “La Faccia Di Briatore” (era ora che qualcuno scrivesse questa canzone!), “Berlino 3” o “Vicenza (la voglio anch’io una base a)” celebrano a modo loro un fronte di resistenza morale alla pochezza senza riscatto del nostro tempo prefinale (come direbbe Goffredo Fofi). Nel bis, interrompono addirittura l’esecuzione di “Abituarsi Alla Fine” e in un cortocircuito metalinguistico chiedono una questua di cinque euro per portare a conclusione il pezzo, qualcuno dalle prime file urla che “i soldi sono finiti” e la musica riparte perchè la lezione è stata ormai appresa e ben assimilata dai diligenti scolari del nuovo realismo postfordista.
Non saranno i Clash (anzi: non lo sono), ma i Ministri ci sanno fare, questo è certo.
Un ringraziamento a Federico, Gabriele e al resto della banda.
collegamenti su MusiKàl!
Ministri - Roma, Circolo degli Artisti, 21 febbraio 2009. Le foto
Ministri - Tempi bui
Ministri - Intervista (7-2-2008)
Wild Billy Childish - Punk Rock At The Legion Hall
Hives - Tyrannosaurus Hives
Vines - Highly Evolved
Husker Du - Zen Arcade