Sono passati più di cinque anni oramai
dalla morte di Fabrizio
De André: lutto terribile per un’Italia
cantautoriale che non ha avuto nessuno in grado
di reggere il confronto con l’eleganza di
Faber, dotato di una capacità unica nel
mettere in musica le proprie poesie (perché
in questo caso parlare di testi appare veramente
riduttivo). Lutto elaborato nei modi più
disparati: c’è stata la ristampa
dell’intero catalogo dell’artista,
sono usciti libri su di lui, sono stati improvvisati
spettacoli teatrali, quest’anno gli è
stato addirittura dedicato il mega-concerto del
Primo Maggio a Piazza San Giovanni - con tanto
di collegamento dal Brasile con Dori Ghezzi e
il figlio Cristiano.
Uno degli omaggi più sinceri e originali
è stato portato avanti dalla rivista anarchica
A, che ha prima dato alle stampe un volume intitolato
"Ed avevamo gli occhi troppo belli”
con allegato un cd che raccoglieva la voce - e
non le canzoni, idea straordinaria - di De André,
e ora si ripresenta con un doppio cd che raccoglie
le più disparate cover dell’artista
genovese. “Mille papaveri rossi” è
infatti l’occasione per capire cosa Fabrizio
ha veramente lasciato in eredità, e a chi:
da una “Nella mia ora di libertà”
frastornante nella rilettura punk dei Frontiera,
ad una “Creuza de ma” dei Marmaja
timorosa del confronto e pertanto abbastanza fedele
all’originale. In questi due cd non c’è
il “meglio” della musica contemporanea
italiana, c’è soprattutto chi ha
fatto della propria fede politica un motivo di
vanto e di coerenza.
Ecco soprattutto rimbombare la voce inconfondibile
di Stefano Giaccone, prima ospitato dai torinesi
Gatto Ciliegia in una struggente “Ho visto
Nina volare” e poi in versione solista nella
rilettura del canto antimilitarista “La
ballata dell’eroe”. Ed ecco arrivare
Lalli che dona un’interpretazione teatrale
e melodrammatica (che in realtà è
apprezzabile solo in parte) a quell’”Ave
Maria” che a distanza di trenta e passa
anni continua a sorprendere per quella sua capacità
di essere misticamente atea. C’è
spazio anche per una band statunitense, i Walkabouts,
che hanno inserito la qui presente “Disamistade”
in un interessante lavoro sulle radici musicali
europee (da Jacques Brel a Goran Bregovic).
E c’è spazio ovviamente per tutti
quei gruppi che hanno fatto di Faber e della sua
musica motivo unico d’ispirazione, etica
e sonora. Apre e dà la sua benedizione
al tutto la voce recitante di Judith Malina, mente
del Living Theatre. Sarebbe operazione abbastanza
banale soffermarsi ad elencare tutti i nomi e
i perché alle spalle delle varie adesioni
a questo progetto: un lavoro del genere non va
giudicato dal punto di vista prettamente musicale
- anche in virtù della mancanza di originalità
alla base e nell’ottica di una pura operazione
di reinterpretazione - ma esclusivamente teorico
e ideologico. Ed è per questo che viene
naturale consigliare l’acquisto e l’ascolto
di questo doppio cd. Sarebbe curioso sapere cosa
ne avrebbe pensato Faber di tutto ciò:
probabilmente avrebbe sorriso e ci avrebbe scherzato
sopra. Peccato poter solo immaginarlo...
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