Anni fa, quando Francesco De Gregori era ancora
un cantautore con la C maiuscola, scrisse in una
ballata dolente dal titolo “Atlantide”
queste parole: “Ora lui vive in California/da
sette anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole/è
diventato un grosso suonatore di chitarre/e stravede
per una donna chiamata Lisa”. L’idea
che si staglia forte in mente è quella
dell’uomo solo, destinato a non essere profeta
in patria come da luogo comune, e mi sembra appropriato
ripescare questa strofa in occasione dell’uscita
di “Mezza luna piena”. Non perché
Daniele Brusaschetto c’entri un granché
con De Gregori ma perché dopo aver ascoltato
l’album sono talmente tanti gli interrogativi
che mi pervadono la mente che non so trovare un
modo migliore per razionalizzarli e donargli un
incipit degno: perché Daniele Brusaschetto
è praticamente sconosciuto in Italia? Perché
vive in Polonia? Perché ha suonato in giro
per il mondo, dal Belgio agli USA, senza che da
noi arrivasse un’eco di tali performance?
Ma soprattutto, quanti altri sono i Daniele Brusaschetto
nascosti nei bar delle nostre cittadine, mascherati
talmente bene in altra foggia da non permetterci
di riconoscerli?
Lo dico subito, sgombrando il terreno da equivoci:
“Mezza luna piena” è un capolavoro,
una delle più straordinarie ipotesi cantautoriali
che la nostra penisola abbia visto. Basterebbe
la forma pop deturpata da sporcature e increspature
che dà linfa e vita a “Dicètecelo”
per sostenere la mia tesi, ma Daniele non si ferma
di certo qui, e poco importa che la sua forma
mentis ami riallacciarsi di quando in quando a
quella di Franco Battiato. Non sarebbe il primo,
dopotutto, e non sarà l’ultimo; ma
la rilettura, o meglio, il riconoscimento di Battiato
diventa l’occasione per Brusaschetto di
lanciarsi in ipotesi talmente personali da lasciare
a bocca aperta (la coda folle di “Vita sulla
terra”, ad esempio). La rosa dei venti della
sua ispirazione è aperta a ogni influenza,
e la techno più grezza e ossessiva arriva
a sposarsi con delicatezze acustiche senza problema
alcuno, come in “Nuovi operai”.
E proprio questo brano mi dà il la per
lanciarmi in un elogio delle liriche di Brusaschetto,
ispirate come poche attualmente mi sia capitato
di leggere/ascoltare in giro: chi si è
permesso, da anni a questa parte, di scrivere
parole come “Nuovi operai tagliano il cielo
grigio sempre e comunque, in cerca di niente.
Vanno e vengono intervalli silenti taciti, diurni-notturni,
confusi al vivere”? Eppure non è
solo nella capacità di mescolare elementi
in antitesi e di dedicarsi alla bella scrittura
che risiede la grandezza di questo nome “nuovo”
(ha senso usare questo termine per uno che fa
musica da quindici anni?) del panorama italiano,
e “Ciao bellissima”, eterea e lineare
creatura pop, è lì a dimostrarlo.
Battiato torna a farsi preponderante punto di
ispirazione in “Criptico” –
ma l’esplosione di chitarre come al solito
serve a sviare i sospetti, e in fondo a far comprendere
l’ironia alla base del tutto -, e l’album
si chiude sulla magia strumentale “Stella
stellina” (solo ora mi accorgo, a tremila
e passa caratteri word dall’inizio di questa
recensione, dell’involontario rimando a
De Gregori…), carica di una dolcezza tale
da lasciare che tutti i rumori, tutte le sporcizie,
tutto ciò che di fragoroso era prima venga
ora lavato e purificato.
Non so quanti acquisteranno l’ultimo lavoro
di Daniele Brusaschetto ma posso dirvi che se
esistesse un metodo di coercizione lo userei senza
alcun ripensamento: perché, se si ama veramente
la musica, non si può lasciare che questo
nome rimanga recluso in una camera. Magari splendida,
ma in cui possono entrare troppe poche persone
per volta.
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