C’è stato un tempo in cui la musica
era un’esperienza minima e totale, e il
suono usciva dalle cose più elementari:
due oggetti picchiati l’uno contro l’altro,
il proprio corpo, la propria voce; la musica si
faceva assieme, allora, era una creazione di comunità.
Gli strumenti sono arrivati dopo, e le cose sono
cambiate. Ora Björk sembra volerci riportare
indietro nel tempo: un disco di sole voci, che
si rincorrono, si annodano, si fondono, si sovrastano,
e la tecnologia si confonde col primitivo, perché
“Medùlla” è essenzialmente
questo: un disco di “preistoria postmoderna”,
se mi si concede questo delirio.
Il suono che esce dai solchi è oscuro
e sensuale (i sospiri che fanno da tappeto a “The
pleasure is all mine” sono pura estasi,
nuova lode alla “poesia pagana” già
cantata in “Vespertine”), ipnotico
e inquietante (il battito scuro della voce di
Rahzel e il raddoppio ultraterreno dell’Icelandic
Choir in “Where is the line?”); apre
paesaggi irreali in “Submarine” (con
uno splendido Robert Wyatt ad inventarsi linee
vocali impossibili e cristalline) o nella magnifica
“Desired constellation” (solo il canto,
ora sottile ora disperato, ad appoggiarsi su un
tenue riverbero electro); si apre alla gioia del
vivere in “Who is it”, dove tornano
i Matmos, o in “Mouth’s cradle”,
o ancora nella conclusiva esplosione ritmica di
“Triumph of a heart”.
Queste canzoni hanno in sé qualcosa di
sacro: sono le carezze lontane di “Vökurò”
unite alla celebrazione dell’uomo di “Oceania”,
le follie di “Ancestors” (un piano,
la voce di Björk e la strepitosa Tagaq a
cantare di gola come nessuno mai) e gli scenari
mentali di “Sonnets/ Unrealities XI”
(di nuovo ee cummings, già omaggiato in“Vespertine”
con “Sun in my mouth”).
Ma “Medùlla” non è
solo un disco bellissimo, è anche estremamente
difficile da ascoltare: non c’è volta
che io non mi senta attratto, poi meravigliato,
poi annoiato, poi incantato, infine esausto dopo
queste quattordici canzoni. Se è vero che
per godere al meglio della musica bisogna avere
uno stato d’animo in sintonia, questo è
cento volte più vero qui, dove l’attenzione
a ogni momento è necessaria, pena la sensazione
di aver ascoltato una infinita lagna.
Preso pezzo per pezzo, “Medùlla”
è un capolavoro; nell’insieme è
complesso, faticoso e, tra le pieghe, sembra quasi
che Björk insista troppo su armonie vocali
e toni che già ci ha fatto ascoltare; concettualmente
è quanto di meglio abbia sentito negli
ultimi anni, ma l’ascolto non me lo fa adorare
come tutti gli altri suoi dischi. Che il coro
di lodi, in questo caso, sia eccessivo?
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Robert Wyatt - Rock
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