Inizio
del concerto: ore 22.40 anziché 22.00. Tanto
per cambiare: alzi la mano chi ha mai assistito
ad un concerto rock incominciato in perfetto orario.
Noi non ancora; forse accadrà quando avremo
i capelli bianchi, chissà. Ma stiamo divagando,
rientriamo sui binari.
Gazzè Max: eravamo piuttosto curiosi di ascoltarlo
suonare e, soprattutto, cantare. Il raffinato e
leggero stile, inusuale di questi tempi, di canzoni
come "Il timido ubriaco" e "Una musica può
fare" ci avevano ricordato il Battiato de "La
voce del padrone", un pop personale e fuori
dalle mode. Persino la voce di Gazzè somiglia
in certi toni a quella del cantautore siciliano.
Il primo desiderio è stato quello esaudito,
anche se in modo solo sufficiente; il secondo è
rimasto allo stadio di puro impulso cerebrale. Spieghiamoci
bene. Innanzitutto la qualità del suono era
francamente di infimo livello: la voce annegava
in un brodo elettrico primordiale; decifrare le
parole un'epica impresa: e, considerando che i testi
delle canzoni sono spesso originali e un punto di
forza di Gazzè, ci è dispiaciuto non
poco. L'organico utilizzato, unitamente all'acustica
tutt'altro che "filarmonica" del tendone della Festa
dell'Unità, ha, a nostro parere, contribuito
al risultato sonoro scadente. Insomma, a costo di
attirarci innumerevoli strali, lo vogliamo dire:
passi per le tastiere, che però hanno senso
solo con un audio adeguato che le renda un minimo
riconoscibili, indipendenti e utili - e non è
questo il caso -, ma per la musica di Gazzè
due chitarre ci sembrano davvero troppe. Oltretutto
"grattugiate" per la maggior parte del concerto,
tanto per fare un sacco di rumore molto rock. Le
canzoni di Max non ne hanno tratto alcun giovamento,
anzi: chi di lui non conosceva nessuna canzone si
sarà fatto un'idea distorta (e per noi inferiore
alla realtà) di certi brani; per quanto ci
riguarda preferiamo nettamente le versioni sanremesi
delle sue due canzoni sopracitate, che rendono molto
meglio lo spirito dei testi: ebbene sì, meglio
un delicato accompagnamento orchestrale, una batteria
poco invadente e poco amplificata e il basso di
Gazzè, fondamentale ovunque e suonato con
bella padronanza: quelle chitarre in stile punk
erano i classici cavoli a merenda. Per ciò
che concerne i brani eseguiti mi duole assai, cari
lettori, che non fosse disponibile uno straccio
di scaletta ufficiale. Comunque, se vi accontentate,
eccovi qualche delucidazione: oltre a "Una musica
può fare", conclusione del concerto (cioè
ultimo bis), ci sono state elargite, fra le altre,
"Il timido ubriaco", secondo pezzo eseguito, "L'uomo
più furbo del mondo", "Del tutto personale",
"Su un ciliegio esterno", tutte dell'album "Max
Gazzè", "Quel che fa paura" e "Il bagliore
dato a questo sole" dal disco "Contro un'onda del
mare" (il primo del cantautore romano), "Cara Valentina",
"La favola di Adamo ed Eva", che dà il titolo
all'album omonimo, "Vento d'estate", brano cantato
nel 1998 con Niccolò Fabi.
Merita certo una prova d'appello Max Gazzè,
da svolgersi possibilmente in un luogo diverso:
ma questo concerto, nonostante le apparenze arrembanti,
sapeva un po' troppo di routine, di stanchezza,
di imbalsamato (troppe date nel tour?), come dire:
"se proprio dobbiamo farlo, facciamolo"; nemmeno
i tre o quattro siparietti offerti, tra cui quello
finale quando tutti i musicisti, Max compreso, si
mettono a martoriare la batteria, sono riusciti
a dissipare questa impressione. Il tendone della
Festa non era decisamente straripante di pubblico.
E ora a voi le uova marce e i pomodori.