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MASSIMO ZAMBONI
Concerto al Rosebud (Reggio Emilia) (25 marzo 2008)
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di Paolo Bardelli scrivi un'email

foto Annalisa Russo

L’inerme è colui che non ha armi. L’indifeso. Che l’inerme sia imbattibile lo proclamo sottovoce, per un debito verso le sofferenze. Per rispetto a tutti quei silenzi che non potranno dirsi mai.

Massimo Zamboni le ripete, queste parole, all’inizio dello spettacolo, per far sì che impregnino la visione degli spettatori e che risuonino nella testa degli astanti anche quando non saranno pronunciate. Siamo al cinema, si cerca una ragione, una storia. E Zamboni di storie ce ne racconta, tante, difficili ma speranzose. Dal suo ritorno a Mostar dopo 10 anni, dopo che i C.S.I. tennero uno storico concerto riunendo per la prima volta dopo la guerra i giovani delle due parti della bellissima cittadina bosniaca, porta un fardello di testimonianze dure ma positive, di chi non si è fatto cambiare dalla guerra, di chi ha il sorriso di poter ricominciare. Le riporta in musica e anche con degli spezzoni di interviste tratte dal documentario “Il Tuffo della Rondine – Mostar” (di Stefano Savona) proiettati tra una canzone e l’altra. Zamboni stesso ricomincia, o meglio va avanti nel suo modo.

La presentazione del suo nuovo progetto - che è allo stesso tempo cd, dvd e libro e che si intitola “L’Inerme è l’Imbattibile” - avviene in una fredda serata reggiana nel cinema “del partito”, direbbero gli Offlaga: è semplicemente il cinema comunale. Ha nuovi compagni di strada: tra gli altri l’impeccabile Erik Montanari (ex Caravane De Ville) con il suo lieve zigzagare tra le corde della chitarra, sempre preciso e con dei suoni ineccepibili, e l’inossidabile Gigi Cavalli Cocchi che tutti ricordano ai “tamburi” proprio dei C.S.I. e dei P.G.R.

Ecco, si è detta la parolina magica, “P.G.R.”: lui che era all’antitesi di quel progetto, Ferretti da una parte con i P.G.R e lui dall’altra, proprio lui, Zamboni, va alla ricerca di quelle atmosfere (ma di quelle dei primissimi P.G.R., quelli che cioè avevano un senso, quelli con Ginevra e Magnelli insomma) e a tratti ci riesce benissimo. Echi di Massive Attack che si alternano con classiche ballate languide di ferrettiana memoria (con qualche stonata, a dir la verità), e la domanda che ci pone è la stessa che in molti si sono fatti dopo aver letto i primi lavori narrativi di Massimo: ma è Zamboni che copia adesso Ferretti o era Ferretti che allora copiava Zamboni? “Copiare” in realtà non il verbo giusto: è una sintesi, un’osmosi tra due affinità elettive, che tanto si sono date a tal punto da arrivare – probabilmente - a vedere il mondo con la stessa sensibilità. Non allo stesso modo, ma nello stesso modo. Con il medesimo approccio.

C’è da dire però che alle volte lo spettacolo si siede leggermente, è naturale con un siffatto genere sommesso perché è davvero difficile far rizzare sempre i peli dritti alle braccia per l’emozione. Ma capita anche questo, non come con quei P.G.R., ma capita.

E mentre la gente è tentata a sfollare con negli occhi la limpida acqua della Neretva, lo splendido fiume che attraversa Mostar, la chiusa di Zamboni ci riporta invece a Reggio Emilia. Nessun bis, solo una lettura dal suo libro, di una giornata come tante del 1944 ma non proprio come tutte: il giorno in cui in un agguato i G.A.P. uccisero suo nonno. Fascista. Zamboni dice che non gli interessa da che parte stava, conta piuttosto quello che è mancato, di lui, in famiglia. L’appartenenza non può significare, perché l’importante è “l’identità personale, non quella collettiva”. Ad insegnamento ai tanti che si riempiono la bocca della parola “riconciliazione” per puro calcolo politico, eccone un esempio, vero, di riconciliazione. Che è – e qui non si sa più se si sta parlando di Mostar o di quell’Italia – l’unica strada possibile.

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14 aprile 2008




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