Si potrebbe pensare che la scelta di recitare i testi sia una sorta di uovo di Colombo. Come dire, se non sai cantare, non lo fare. Praticamente, l'acqua calda.
La verità, però, è un'altra e conviene approfittare della prima occasione per sincerarsene dal vivo.
Si pensava al sold out, entrando nella sala del Circolo, e non ci manca poi molto. I quattro hanno già iniziato con “Manciuria” e il profilo è basso, mesto, umile. Il suono, invece, è caldo, secco e definito, ancora una volta al Circolo si sente da dio. E meno male, perché lo spettacolo non è tanto la loro presenza scenica scarna, da dopoguerra, quanto il lavorio sonico degli artigiani Sommacal e Pilia, il loro tratteggio fumoso e la scansione ritmica dolente di Clementi e Burattini. Poi la voce che si fa strada, meno aspra che su disco ed è un bene, perché le parole si arrotolano e arrivano con più facilità.
Temevo l'effetto karaoke, la condivisione esibita col petto gonfio dal pubblico, ma il dolore non si condivide e ognuno ha il suo. Quindi il suono e le parole riescono a farsi strada tra il pubblico senza impedimenti e la band appare solida, solidissima nel guidarlo. Appena vi raggiunge, costeggiando la parete e scavalcando le teste che avete davanti, chiudete gli occhi e tentennate la testa per insinuarvi nello spazio del dialogo tra le chitarre, sorretti da un basso tale da sostituirsi al pavimento e presi a schiaffi dalla batteria e dal tono sprezzante e disperato della voce.
Aprite poi gli occhi, le luci bianche alle spalle dei musicisti disegneranno le loro ombre, le sagome si distingueranno per un nulla dallo sfondo nero del palco. Quel nulla, quello spazio, quel silenzio, quell'incertezza, i Massimo Volume li definiscono con ogni nota e ogni parola.
Non è quindi una forma di rock, la loro, perché non è il pieno, ma il vuoto l'essenza. Anche quello originato da un muro a volte saturo di chitarre che non si limitano a commentare e appuntare la narrazione, sono esse stesse la narrazione e su di esse si aggrappano le parole.
Il set, tesissimo, è purtroppo breve. La forte febbre costringe Vittoria Burattini a non terminare tutta la scaletta e giuro che non ci eravamo accorti del malanno. È Clementi stesso a comunicarcelo con un asciugamano sulle spalle e con la mano fa cenno di saluto e ringraziamento. La sensazione è che di gente così onesta, oltre che profonda e dannatamente brava, ce ne sia poca sui palchi. Speriamo a questo punto che la tournée sia seguita da un disco contenente magari anche l'inedito, “Esercito di Santi”, le sue nebbie e la sua splendida riflessione sul Peccato.
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Emidio Clementi - Intervista (23-10-2008)