Sarà che io il prog non l'ho mai digerito, per una sfilza di ragioni. Tra queste, il carattere di quei suoi fan oltranzisti che in questo momento stanno prendendo penna e calamaio per scrivere alla redazione invocando la Guerra Santa contro chi si permette di accostare costoro agli alfieri della musica fonata ed eunuca degli anni '70. Beh, signori miei, lasciate che vi dica una cosa: i Mars Volta sono prog, che vi piaccia o no. Un loro show (fantastico, per carità) si tramuta facilmente per buona parte di esso in un cazzeggio esasperato tra musicisti straordinari, tanto che in alcuni momenti ci si sente quasi di troppo e si ha l'istinto di chiudere la porta del loro mondo per lasciarli fare in tutta tranquillità.
Una misura di quello che sto dicendo la dà la tendenza a distrarsi di parte del pubblico durante le divagazioni, oppure il fatto che alcuni hanno potuto andare in tutta tranquillità ad espletare le proprie esigenze fisiche, fiduciosi a ragione del fatto che per minuti non sarebbe accaduto niente. Durante uno dei brani si ha tempo per fare molte cose, discutere di pop anni '80 con un vicino, litigare con un altro per la sua indisponenza, rimpiangere di non aver portato le carte, senza che per questo ci si perda qualcosa.
Perché sono sempre più convinto del fatto che suonare milioni di note non sia bravura, se non da un punto di vista “atletico” e lo dimostrano i muscoli dell'alieno dietro le pelli che ha reso il tutto un enorme assolo di batteria, soffocando a tratti l'espressione degli altri. Così come essere bravi a fare una cosa (anzi, essere i migliori), non vuol dire che quella cosa sia bella.
Ma è bello ciò che piace, per cui, prima che detrattori ed agiografi dei Mars Volta riuniti emanino una fatwa nei miei confronti, riconosco: la band è di classe superiore, ha brani straordinari che dal vivo si tramutano in epopee a tratti avvincenti e il pubblico, o la gran parte di esso, rimane in estasi per tutta l'esibizione. Ma si sa, siamo italiani e tra le diverse responsabilità del nostro popolo nel '900 c'è anche quella di aver donato celebrità, successo e fiducia ai Genesis più degli inglesi stessi...
Insomma, amici del 4/4, vi sembra un caso che il momento più intenso e condiviso dello show sia stata la ballata “The Widow”, col batterista che s'è dovuto rassegnare a dettare il tempo (sacrilegio!)?
Erano forse meno progressivi, in senso etimologico, gli At The Drive-In di “Arc Arsenal”?
Il problema forse sta nel fatto che dal vivo perdono quel controllo e “concisione” che avevano reso l'ultimo album la pietra su cui rinascere dagli eccessi in cui si erano impantanati dopo l'esordio. Dall'ultimo disco hanno tratto buona parte della scaletta (non più di 10 brani in 2 ore).
Alfa ed omega: la mastodontica “Goliath” a fare da base di lancio e a trascinare bene bene il pubblico con le dinamiche esagerate e “Aberinkula”, in grado di evocare i migliori Area nel finale. Quando cioè un sassofono impazzito approfitta di un tappeto di sintatizzatori, chitarre e tastiere per prendere il largo. Come la chiglia di un vascello salpato da un porto mediorientale mentre solca alte onde grigie e minacciose.
Così si chiude lo show, senza bis.
Chapeau, conclusione straordinaria, da mozzare il fiato.
A tratti, lasciano intendere che se volessero realmente fare sul serio...
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Fotogallery > The Mars Volta, Roma, Teatro Romano di Ostia Antica (Roma), 29 luglio 2008. Le foto
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