Non
so quante volte mi è capitato di sentire
paragonare una cantautrice a Kate Bush, e molto
spesso a sproposito. È una sorta di pigrizia
critica che rasenta lo sciovinismo: ragazza,
voce limpida ed educata, suona e compone da sé,
pronti!, la nuova Kate Bush. Non farò quindi
un torto sessista a una ragazza talentuosa, una
che poi viene da una nazione che sarà probabilmente
governata da una donna: eppure una certa tentazione
c'è, nell'ascoltare questo notevole esordio
di Annie Clark, in arte St. Vincent, classe '82
dall'Oklahoma.
Annie è un talento tanto
chiaro quanto precoce: polistrumentista che eccelle
nella chitarra con uno stile personale e versatile, è già stata
collaboratrice di Sufjan Stevens e dei Polyphonic
Spree; giunta ora al suo primo album solista
fa una tale mostra del proprio eclettismo musicale
che si rischierebbe di venirne disorientati,
se la ragazza non riuscisse a tenere tutto assieme
rendendo dolce il perdersi nel suo intricato
giardino di note. Quasi sempre: perché il
rischio che si corre qua è quello della
leziosità, di annegare la freschezza di
un esordio nell'urgenza di mostrare e dimostrare.
Il rischio viene il più delle volte scongiurato,
perché lo sguardo di Annie è incantato,
e dona naturalezza al modo con cui gioca con
stili diversi e diversissime tradizioni. A cominciare
da quella americana, con cui St. Vincent dialoga
con la stessa naturalezza di Sufjan: ascoltate
l'uso dei cori nell'iniziale “Now Now” o
in “Jesus Saves, I Spend”, dove l'influenza
di Stevens si sente anche nel gusto per le orchestrazioni
luminose ma leggermente deviate. Già nel
brano iniziale fa capolino la personalità della
Annie chitarrista, che riesce a passare da complicati
giochi di armonici a un rumoroso assolo finale
che sembra quasi venire dalle dita di Ira Kaplan.
L'uso dei suoni distorti le permette di costruire
atmosfere più cupe, come nella emozionante “Your
Lips Are Red”, un crescendo elettrico ansiogeno,
spezzato da una batteria singhiozzante che si
stempera poi in un finale sensuale che sa di
resa.
Nel suo instancabile peregrinare sonoro
Annie approda al vecchio continente con l'immaginifica “Paris
is Burning”, carica di suggestioni mitteleuropee,
forse leggermente ingenua nel suo finale in tre
quarti ma ipnotica nei complicati ghirigori del
ritornello. Qui si comincia a capire che questa
esile e graziosa ragazzina guarda ben al di là del
suo tempo: brano dopo brano, crescono i riferimenti
alla musica americana degli anni '30, allo swing,
alle canzoni di Cole Porter. Il risultato è convincente:
dalla title track alla struggente “All
My Stars Aligned” assistiamo alla metamorfosi
da indie girl a stella di un immaginario cabaret
degli Anni Ruggenti, dove sembra davvero di trovarsi
quando si giunge alla conclusiva “What
Me Worry?”.
Ad ogni nuovo ascolto si possono
scoprire ancora altre impressioni, altri riferimenti
(il Bowie fanta-glam in “The Apocalypse
Song”, il tropicalismo di “Human
Racing”...) ma alla fine quello che emerge è la
personalità di Annie/St. Vincent, come
autrice e come performer. Chissà, tra
qualche anno diventerà lei la pietra di
paragone... per il momento ci godiamo uno degli
esordi migliori di quest'anno.
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