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MARLENE KUNTZ
Concerto all'Hiroshima Mon Amour (Torino) (28 aprile 2005)
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di Matteo De Simone

Marlene Kuntz - Concerto a Udine

Un fan antico dei Marlene entrato nella sala accaldata con soli dieci minuti di ritardo, avrebbe avuto qualche capogiro temporale. “Cenere su Cenere”, “Ape regina”, “Sonica”, tutte insieme, a dieci minuti dall'inizio. Cristiano col volto coperto dal casco di capelli lisci degli esordi. I primi tre quarti d'ora di Marlene, ieri, a Torino, sono stati un tuffo nel passato. Dopo l'apertura affidata all'ultimo singolo, “Bellezza”, già bene accolto dal pubblico, è partito l' attacco di vecchia rabbia Marlene, che sembrava non finire più. “Catartica” rispolverato quasi per intero, da “Mala Mela” a “1,2,3”, con un paio di incursioni nel “Vile”, paradossalmente aiutati da un set fonico un po' scadente che ha sporcato il suono e da qualche svista umana di Cristiano, che perde la bacchetta noise, scorda la chitarra, stecca note qua e là. Altro che fighetteria. Captatio benevolentiae magistrale. Con “Festa mesta” si chiude la prima metà e il pubblico stordito dal calore (inspiegabilmente spenti i condizionatori dell'Hiroshima) e dalla scarica di adrenalina è ormai pronto ad accettare tutto. Evidentemente la band, memore delle contestazioni subite da “Che cosa vedi in poi”, dopo la collaborazione con Skin e il generale ammorbidimento della vena creativa, ha voluto assicurarsi di poter eseguire in pace i nuovi brani. La seconda metà del concerto è una virata placida sulle canzoni degli ultimi due album. Si apre con l'argentina “Amen”, dal nuovo “Bianco Sporco”, molto bene accolta, poi “Danza”, da “Senza Peso”. Se il ritmo incalzante della prima metà è ormai un ricordo, non vuol dire che ci sia tempo per una tregua. Le canzoni si avvicendano una dietro l'altra, senza pause, intervallate dai soliti timidi "grazie" di Cristiano, che sembra man mano più soddisfatto del clima. Non manca fortunatamente “Ineluttabile”, purtroppo unico intervento da “Ho ucciso paranoia”. Dopo i dubbi iniziali è comunque facile ritrovare in fretta le coordinate del presente. I ricci lunghissimi di Dan Solo sostituiti dalla barba e dalla mimica facciale di Gianni Maroccolo, probabilmente il principale responsabile del sound ringiovanito, col basso distorto e fuzzato e le grezze riaccordature a suono aperto testimoniano che questi sono nuovi Marlene. Preziosa la partecipazione di Rob Ellis, violinista di Nick Cave, che aveva già collaborato alle registrazioni di “Senza Peso” e ha coprodotto “Bianco sporco”. Quando le luci si scaldano e dal bianco delle lampade, suggestive come cubi di ghiaccio accesi, sparse per il palco passano al rosso dei fari, è lui, al synth, il protagonista di una versione inedita di “Schiele, lei, me”, forse il più bel brano di “Senza Peso”. Accompagnato solo dalle pennate delicate di Riccardo Tesio e da Cristiano, spogliato della chitarra, alla voce nuda. “E poi il buio” chiude il concerto. Siamo al bis. “Nuotando nell'aria” è ormai una richiesta esplicita del pubblico, ma come sempre sono i Marlene a condurre il gioco. Ancora “Bianco Sporco”, quindi, “La cognizione del dolore”, “A chi succhia”, “La lira di Narciso”, di nuovo un balzo indietro col blu dipinto di blu di a “Fior di Pelle” e la nostalgia di “Canzone di domani” e poi “Mondo Cattivo”. Quindi il braccio di Cristiano si leva in alto sul crescendo del finale e ricade giù con tutto il corpo. Buio. Fine. Entusiasmo completo. Sono cresciuti, forse più vecchi, forse più nuovi, ma sono sempre i Marlene Kuntz. Gli applausi non finiscono, il pubblico li vuole di nuovo sul palco, ancora eccitato, col desiderio di “Nuotando nell'aria” che resta lì, come l'orgasmo che non viene mai. E i Marlene sono grandi. E l'orgasmo non viene mai. Con “Poeti”, ancora da “Bianco Sporco”, la band regala il secondo bis. Il pubblico se lo beve, contento, senza chiedere di più. Va bene così, va bene. Alla fine Cristiano, per una volta, sorride a viso pieno: "Grazie, grazie davvero, ci vediamo in estate, è stato bellissimo".
E noi tutti a casa, col pensiero che i Marlene potrebbero pure mettersi a fare Latinoamericana. Noi, di andarli a sentire, non ci stancheremo mai.


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26 maggio 2004




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