Un fan antico dei Marlene entrato nella sala
accaldata con soli dieci minuti di ritardo, avrebbe
avuto qualche capogiro temporale. “Cenere
su Cenere”, “Ape regina”, “Sonica”,
tutte insieme, a dieci minuti dall'inizio. Cristiano
col volto coperto dal casco di capelli lisci degli
esordi. I primi tre quarti d'ora di Marlene, ieri,
a Torino, sono stati un tuffo nel passato. Dopo
l'apertura affidata all'ultimo singolo, “Bellezza”,
già bene accolto dal pubblico, è
partito l' attacco di vecchia rabbia Marlene,
che sembrava non finire più. “Catartica”
rispolverato quasi per intero, da “Mala
Mela” a “1,2,3”, con un paio
di incursioni nel “Vile”, paradossalmente
aiutati da un set fonico un po' scadente che ha
sporcato il suono e da qualche svista umana di
Cristiano, che perde la bacchetta noise, scorda
la chitarra, stecca note qua e là. Altro
che fighetteria. Captatio benevolentiae magistrale.
Con “Festa mesta” si chiude la prima
metà e il pubblico stordito dal calore
(inspiegabilmente spenti i condizionatori dell'Hiroshima)
e dalla scarica di adrenalina è ormai pronto
ad accettare tutto. Evidentemente la band, memore
delle contestazioni subite da “Che cosa
vedi in poi”, dopo la collaborazione con
Skin e il generale ammorbidimento della vena creativa,
ha voluto assicurarsi di poter eseguire in pace
i nuovi brani. La seconda metà del concerto
è una virata placida sulle canzoni degli
ultimi due album. Si apre con l'argentina “Amen”,
dal nuovo “Bianco Sporco”, molto bene
accolta, poi “Danza”, da “Senza
Peso”. Se il ritmo incalzante della prima
metà è ormai un ricordo, non vuol
dire che ci sia tempo per una tregua. Le canzoni
si avvicendano una dietro l'altra, senza pause,
intervallate dai soliti timidi "grazie"
di Cristiano, che sembra man mano più soddisfatto
del clima. Non manca fortunatamente “Ineluttabile”,
purtroppo unico intervento da “Ho ucciso
paranoia”. Dopo i dubbi iniziali è
comunque facile ritrovare in fretta le coordinate
del presente. I ricci lunghissimi di Dan Solo
sostituiti dalla barba e dalla mimica facciale
di Gianni Maroccolo, probabilmente il principale
responsabile del sound ringiovanito, col basso
distorto e fuzzato e le grezze riaccordature a
suono aperto testimoniano che questi sono nuovi
Marlene. Preziosa la partecipazione di Rob Ellis,
violinista di Nick Cave, che aveva già
collaborato alle registrazioni di “Senza
Peso” e ha coprodotto “Bianco sporco”.
Quando le luci si scaldano e dal bianco delle
lampade, suggestive come cubi di ghiaccio accesi,
sparse per il palco passano al rosso dei fari,
è lui, al synth, il protagonista di una
versione inedita di “Schiele, lei, me”,
forse il più bel brano di “Senza
Peso”. Accompagnato solo dalle pennate delicate
di Riccardo Tesio e da Cristiano, spogliato della
chitarra, alla voce nuda. “E poi il buio”
chiude il concerto. Siamo al bis. “Nuotando
nell'aria” è ormai una richiesta
esplicita del pubblico, ma come sempre sono i
Marlene a condurre il gioco. Ancora “Bianco
Sporco”, quindi, “La cognizione del
dolore”, “A chi succhia”, “La
lira di Narciso”, di nuovo un balzo indietro
col blu dipinto di blu di a “Fior di Pelle”
e la nostalgia di “Canzone di domani”
e poi “Mondo Cattivo”. Quindi il braccio
di Cristiano si leva in alto sul crescendo del
finale e ricade giù con tutto il corpo.
Buio. Fine. Entusiasmo completo. Sono cresciuti,
forse più vecchi, forse più nuovi,
ma sono sempre i Marlene Kuntz. Gli applausi non
finiscono, il pubblico li vuole di nuovo sul palco,
ancora eccitato, col desiderio di “Nuotando
nell'aria” che resta lì, come l'orgasmo
che non viene mai. E i Marlene sono grandi. E
l'orgasmo non viene mai. Con “Poeti”,
ancora da “Bianco Sporco”, la band
regala il secondo bis. Il pubblico se lo beve,
contento, senza chiedere di più. Va bene
così, va bene. Alla fine Cristiano, per
una volta, sorride a viso pieno: "Grazie,
grazie davvero, ci vediamo in estate, è
stato bellissimo".
E noi tutti a casa, col pensiero che i Marlene
potrebbero pure mettersi a fare Latinoamericana.
Noi, di andarli a sentire, non ci stancheremo
mai.