Non si poteva che essere maledettamente curiosi
di sentire il risultato della virata suadente
delle sonorità marleniche di “Bianco
Sporco” alla prova del concerto. E occasione
migliore non ci poteva essere che un bel concerto
primaverile all’aperto, nella imponente
Piazza Cavalli di Piacenza, per il Sessantesimo
della Liberazione. I Marlene
Kuntz non sono politici, ma c’erano
in quella mitica Woodstock Resistente che fu il
concerto del 25 aprile ’95 a Lemizzone di
Correggio (RE), per cui verrebbe da dire che “tutto
scorre ma ritorna” e ciò è
una bella sensazione. Se il Tempo con la T maiuscola
è stato dunque gentiluomo, quello atmosferico
ha giocato invece qualche scherzetto e ci si è
ritrovati per forza maggiore, dopo la fila in
autostrada e fuori dal locale, al Fillmore, in
quella classica ambientazione da club che farà
da sfondo al tour dei Marlene appena iniziato.
Prima sorpresa: ci sono delle tastiere sul palco.
Si scopre poi che vengono suonate da Rob Ellis,
il loro produttore. Se si considera – giustamente
– che la forza e l’unicità
dei M.K. sono sempre state nei ricami sonici delle
chitarre, si dovrebbe concludere che le tastiere
snaturano il suono live marleniano. Paura. Invece
no, entrano dove devono entrare (ad esempio con
le strings in “Bellezza”, primo brano
in scaletta) ma escono se di troppo (in molti
pezzi Ellis suona gli “ovetti” e altri
semplici strumenti ritmici). E soprattutto rendono
da brividi un’esecuzione, nel finale, di
“Schiele, Lei, Me”, solo pianoforte
e chitarra di Tesio.
Ma ripartiamo dall’inizio: dopo “Bellezza”
ci si aspetta che la band di Cuneo continui a
rimarcare la sua nuova pelle di eleganza proseguendo
con brani di “Bianco Sporco”, e invece
c’è la seconda sorpresa. Inizia un
set che potrebbe essere tratto da “Live
In Catharsis”: “Ineluttabile”,
“1° 2° 3°”, “Ape
Regina”, “Canzone Di Domani”,
e due classici come “Sonica” e “Festa
Mesta” sparati per il pubblico pogaiolo
che non aspetta altro. E sparati con la stessa
grinta, la stessa rabbia, gli stessi movimenti
nervosi che hanno fatto dei Marlene Kuntz una
tra le band più potenti che possa capitare
di vedere dal vivo.
Dopo sparute concessioni ad album come “Che
Cosa Vedi” (“Cara E’ La Fine”)
e “Senza Peso” (“A Fior Di Pelle”),
i M.K. serbano i gioiellini raffinati di “Bianco
Sporco” per il finale, quando è rimasto
solo chi è venuto proprio per sentire loro
e se n’è già andato chi “Cazzeggia
In Compagnia Che Tanto E’ Gratis”.
L’impatto e la potenza scemano, ovvio, ma
canzoni come “A Chi Succhia” e “I
Poeti” hanno insite in loro un fascino che
rimane immutato anche dal vivo.
E’ tardi e si è tentati ad andare
via nonostante il concerto non sia finito: per
fortuna non lo si fa. “E Poi Il Buio”
mai così intensa ci sorprende in ammaliante
stordimento, Godano canta che non c’è
“neanche un graffio di luna nel cielo”
e la musica si interrompe di scatto. Lirismo e
drammaticità, la canzone perfetta marleniana:
ecco il trait d’union tra le due
anime dei Marlene, entrambe esistenti oggi e diverse
a tal punto da essere difficilmente conciliabili
dal vivo. Belle entrambe, ma a fatica proponibili
ad uno stesso tipo di pubblico. Quello dei Marlene
si divide ormai in due frange: quello “cazzeggiatore”
del Fillmore, che potrebbe coincidere con i vecchi
fans che non transigono e non vogliono sentir
parlare di svolte, e quello “post
Che Cosa Vedi”, affascinato da come i M.K.
coniugano perversione sonora e melodia.
Si vedrà dunque nei prossimi concerti
se i M.K. vorranno continuare con questa scelta
ibrida, non netta come quella già compiuta
su disco, o se concluderanno la loro evoluzione
dando la precedenza anche dal vivo ad altri registri.
A noi comunque piacciono così: in fondo
in fondo, delle due anime e dei due pubblici…
chissenefrega!
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