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MARLENE KUNTZ
Concerto al Teatro Carisport (Cesena) (1 marzo 2008)
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di Piero Merola scrivi un'email

foto Annalisa Russo

Alla fine ce l’hanno fatta. Il proposito mai nascosto da Cristiano Godano e soci di portare i Marlene a teatro per un tour vero e proprio, dopo qualche sparuta apparizione nello s-low tour, si è definitivamente concretizzato. E, sebbene la location della prima poco si confarebbe all’idea di teatro – un palazzetto coraggiosamente trasformato in teatro con strutture in legno – la band al secolo lanciata superficialmente come via italiana ai Sonic Youth pare fare sul serio.
Adagiato sulle poltroncine, proprio come a teatro, un libretto di tre pagine. Oltre all’inevitabile presentazione in cui Cristiano ripropone tra le righe l’annosa diatriba relativa alla svolta morbida del dopo-Che Cosa Vedi tra – uso un neologismo per renderla nuova - marlenici sciiti (integralisti rock, fan di prima generazione, traditi e contemporaneamente traditori) e marlenici sunniti (ascoltatori più malleabili, fan di seconda generazione, o di entrambe), un inequivocabile elenco alfabetico di ventiquattro titoli mette le cose in chiaro sui brani che saranno suonati nel tour limitando la componente sorpresa a esclusioni e ordine di esecuzione.
Non è un club rock, quindi alle 21.30 si comincia. O, per meglio dire, alle 21.38 perché nei primi otto minuti una voce narrante registrata apre lo spettacolo con un passo da “La vera vita di Sebastian Knight”, opera di Nabokov, ispiratore più o meno diretto del titolo dell’ultimo album e del tour stesso, “Live In Love”.

Il coraggio, al di là degli esiti, non è mai mancato alla band più famosa del cuneese, così nei primi tre brani l’ormai barbuto frontman si accomoda su uno sgabello imbracciando un’inedita chitarra acustica. La prima oretta scarsa, per chi non ha accolto con entusiasmo la definitiva svolta italico-cantautorale dei Marlene più morbidi di “Uno”, si trasforma in una dura prova. “Stato d’animo” non ha quei tratti melodici da apertura degna del suo nome, però indirettamente rende facile il crescendo qualitativo. Il trittico acustico d’avvio comunque non incanta nella nickcaviana “Fantasmi” in cui sono rievocate con poca incisività le atmosfere western dell’idolo e ispiratore australiano né tantomeno in una “Siberia” dei Diaframma dolente (per certi versi cantautorale) pur stravolta nella ritmica dello storico quartetto spaghetti-new wave.
Non l’unica cover gentilmente offerta. Arriverà, e in tempi di antipolitica fa sorridere, “La libertà” di Gaber, infuocata altalena tra il cantato/parlato di Cristiano e intermittenti accelerazioni da vecchi Marlene, e, addirittura, un’inspiegabile riproposizione di “Impressioni di settembre” della PFM. Episodio che li fa addentrare in territori che con sollievo fino a qualche tempo fa potevano ritenersi ben lontani dalle peculiari atmosfere morbose e dissonanti del quartetto. Un moog del genere nella band delle spore è un colpo al cuore per sciiti e non, così come altri momenti, o intermezzi, più rumorosi e visionari cui anche a teatro non rinunciano, assumono dei connotati più vicini a elucubrazioni sonore anni '70 che a deliri no-wave alla Sonic Youth.

Lo stesso quartetto non è più tale peraltro. Liberatisi dell’ingombrante presenza del mentore Gianni Maroccolo che li aveva lanciati in “Catartica”, se da una parte con Luca Saporiti (ex-bassista dei La Crus) ci si riavvicina a quell’equilibrio tra bassi e alti che aveva reso vincente la formula dei Marlene Kuntz fino all’addio di Dan Solo, dall’altra il polistrumentista Davide Arneodo dà nuove sfumature alle sonorità. Sicuramente valido e talentuoso, pregevole collante nell’avvolgente crescendo di “Amen”, finisce per essere presente, forse troppo presente in molti altri brani dove una pausa nel backstage o on the stage a riflettori spenti non guasterebbe. Le sue incursioni rovinano le atmosfere di “Ineluttabile” e dell’immancabile “Nuotando nell’aria” (nuovamente distorta dopo lo slow-tour ma deturpata di un paio di passaggi noise) finiscono per saturare il suono soprattutto nelle parti distorte dove di spazi non ce ne sono mai stati troppi. Dalla confusionaria “111” passando per i Marlene piacioni nel brano Ferretti vs U2 (“Uno”) fino alla prima del secondo encore, la lamentosa salmodia caraibica “Negli abissi tra i palpiti” che dal vivo eufemisticamente accentua i suoi tratti caratteristici. E così, laddove, nell’accompagnamento pianistico di “Musa” e in “Serrande alzate” potrebbe costituire un valore aggiunto, l’apporto del quinto Marlene purtroppo sfugge all’orecchio.

Cosa salvare, dunque, di questi Marlene in crisi d’identità senza lasciarsi sedurre dalle due ineludibili correnti di pensiero?
Il taciturno Riccardo Tesio alla chitarra ricama con la consueta eleganza e umiltà, così come Luca Bergia dalle retrovie tiene il passo senza sbavature ridestandosi (e, perché no, ridestandoci) dal torpore con l’ottima “Ricordo”, senza dubbio il brano più intenso e riuscito di una serata un po’ così. Il Nick Cave del paese di Paola Barale dal canto suo offre una più che buona prestazione vocale, senza strappi. Brilla accantonando la chitarra in “Canzone ecologica”, probabilmente il miglior brano del nuovo album, non riesce, viceversa nell’impresa di far brillare i brani più recenti, adegua (“Bellezza”, “La canzone che scrivo per te”) con maestria determinati brani alle sue caratteristiche di cantante non-cantante teatralizzandone l’esecuzione attraverso spostamenti di accenti più congeniali alla sua voce (cosa che è mancata con esiti che possono convincere o non convincere nella scrittura negli ultimi due album), e dimostra, al di là di tutto, di non avere una memoria così corta. Si ricorda bene, infatti, dell’esistenza de “Il vile” ripescando un’emozionante “L’esangue Deborah”, e si ricorda altrettanto bene di altri cavalli di battaglia (“Festa mesta”, “Il naufragio”, “Overflash”), seppur con finalità meno dignitose, dileggiando il pubblico del sedicente teatro romagnolo in un elenco sarcastico delle richieste da jukebox che accompagnano le pause tra i bis. Il libretto non è servito infatti a impedire invocazioni blasfeme da parte di un paio di eretici, o più probabilmente sciiti, quali “Ape regina” e “Sonica”. Con la consueta e certamente onorevole ostinazione nel fare, un po’ alla Dylan, il cazzo che gli pare non curandosi, cioè, della popolarità delle proprie convinzioni, Godano chiude il concerto con “A fior di pelle”. Rumorosa e schiacciante quanto un vecchio classico.

Esclusi dalla scaletta tre dei brani più belli del repertorio, “Lieve”, “Schiele, lei, me” e “Notte” (sempre nell’ultimissimo bis un sunnita la chiede, Cristiano illude la platea identificandola come canzone “più pertinente” senza tuttavia eseguirla) in fin dei conti poteva andare meglio, ma poteva anche andare peggio viste la parallela esclusione di due dei brani più brutti del repertorio, “Abbracciami” e “Sapore di miele”. In linea con la logica dicotomica che ormai pervade la recente storia di una band che dalle dicotomie quiete e tempesta, chiarore e nubi, piani e rumori, velluto e carnalità, aveva creato uno stile inconfondibile distinguendosi dal piattume della scena rock italiana.
I versi di “Uno”, La nostra favola è finita, diventano così un inconsapevole testamento.
Sempre che non riescano a scriverne una nuova, ineluttabilmente diversa, però, dalla favola dei Marlene Kuntz.

collegamenti su MusiKàl!
Marlene Kuntz - la Kalporzgrafia
P.F.M. - Concerto a Controtempi (Parma)
P.F.M. - Live In Japan 2002
P.F.M. - Storia di un minuto
P.F.M. - Per un amico
Gianni Maroccolo
- A.C.A.U. La nostra meraviglia
Bob Dylan - la Kalporzgrafia

 



11 marzo 2008




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