Alle 9 e mezzo di sera Mark Lanegan sale sul palco
insieme al suo gruppo, 2 chitarristi, un bassista
e un batterista. Nessuna parola, nessun saluto,
niente da dire al pubblico. Soltanto in un paio
di occasioni mormorerà qualcosa che dovrebbe sembrare
un thank you. Dopo quaranta minuti Lanegan saluta
e se ne va. Tornerà poco dopo, giusto in tempo per
suonare ancora un'altra manciata di minuti e chiudere
il tutto alle dieci e venti. Tutto qua. Questa la
fredda cronaca di un'esibizione troppo breve, mentre
il pubblico se ne andava lamentandosi dopo aver
provato inutilmente a richiamare i musicisti che
spiegavano come avrebbero voluto continuare a suonare,
ma si doveva aprire la discoteca... Fate un po'
voi.
Verrebbe voglia di parlar male di Lanegan, del suo
distacco, della sua chiusura affrettata. Eppure
non si riesce. Perché nonostante tutto il concerto
ha dimostrato a tutti come Lanegan è un grande artista,
forse il solo della sua generazione a riuscire ancora
a dire qualcosa di profondo e significativo con
la propria musica.
Innanzitutto per quella voce cavernosa e roca, dal
timbro unico, ruvido e cupo. E poi per quelle sue
canzoni che sono autentici classici, a partire da
"Pendulum", con cui ha aperto il concerto, e dalla
travolgente "Borracho", via via fino agli episodi
del recente "Field Song".
Perché gli autori che possono annoverare capolavori
come "One Way Street" si contano davvero sulle dita
di una mano.
Il suono dal vivo è meno intimo, più slabbrato e
psichedelico, segnato dalla chitarra del fedele
Mike Johnson, già negli indimenticati Dinosaur Jr,
più aperto alle improvvisazioni e potente. Lanegan
canta quasi nascosto nel buio, senza farsi notare,
senza spiccicare parola. Lascia parlare la sua musica
e le sue canzoni. Peccato solo non averne potute
ascoltare ancora qualcuna.
Marcomarco.vecchione@libero.it
10 marzo 2002
Beh
che dire...sono davvero esterrefatto dal commento
dei gestori del locale Transilvania Live di
Milano dentro il quale ho potuto assistere
alla performance del superlativo Mark Lanegan,
di cui non mi sono lasciato sfuggire nemmeno
un disco da quando ha iniziato la sua favolosa
carriera assieme a uno dei gruppi padri del
grunge ovvero gli Screaming Trees di cui il
buon Mark era leader indiscusso.
Per quanto riguarda il concerto sono d'accordo
con chi ha scritto la recensione. E' stato
già detto tutto. Io l'ho vissuto bene,
a parte la scarsa durata la band ha messo
insieme un sound deciso e amaccatamente elettrizzante
pieno di vitalità rock, con la sola
differenza che la voce è di quelle
che non si scordano in fretta. Bassa da far
paura ma anche potente e vigorosa, piane di
fumo e whiskey...quel whiskey per il fantasma
sacro che Lanegan decanta nell'omonimo capitolo
della sua discografia solista.
Una sola perplessità appunto mi sorge
spontanea: se per legge i concerti non possono
superare le ore 22,30 come mai questa "regola"
assurda l'ho vista applicare per la prima
volta in vita mia al Transilvania Live?...gli
altri sono tutti fuorilegge?
Grazie dell'ascolto.
lucaluca@kalporz.com
11 gennaio 2002
lo staff del Transilvania ha fatto sapere
con un comunicato stampa che per legge i concerti
non possono continuare dopo le 22.30 e che
la band di Lanegan non ne ha voluto sapere
di anticipare l'inizio dell'esibizione.
sergio Barrionuevo 9 gennaio 2002
strepitoso
mark lanegan
fin troppo originali i marpioni del transilvania
che hanno avuto la bella pensata di sospendere
un concerto irripetibile per arrotondare,
berlusconidi d'oltre tomba, le loro già
pingui casse - forti. speriamo ci sia un girone
dantesco solo per loro!