Prima dell'ingresso negli stagnanti Magazzini Generali mi si srotolano nella testa alcune considerazioni, tipo il constatare come uno dei songwriter più tradizionali e a suo modo conservatori del nostro tempo, venga riconosciuto come un eroe del panorama indipendente.
Ma tradizionale non è un sinonimo di scontato o banale, in fin dei conti su quanti i-pod di indie rockers gira Johnny Cash?
Sono cose che capitano solo a quelli fuori dal loro tempo, che riescono quindi, a risultare più attuali di chi ricerca il moderno in modo disperato e spesso ostentato.
Se la musica di Lanegan fosse un libro, sarebbe un racconto noir western di Cormac McCarthy, e mi piace pensare che se fosse un film sarebbe probabilmente Wild at Heart di Lynch.
Lanegan è l'anello di congiunzione tra il rock duro dei '90, la tradizione cantautorale americana e la gola roca di un vecchio bluesman.
Il suo stile non sfigura sopra tappeti di chitarre dissonanti (Screaming Trees, QOTSA), ballad acustiche con tanto di violini (tutti i suoi dischi solisti meno "Bubblegum" più le collaborazioni con Isobel Campbell) o basi elettroniche (Soulsavers).
L'abito che indosserà questa sera è forse quello che lo veste meglio: una sola chitarra e la sua voce. Un lusso che solo chi è in possesso di simili timbriche può permettersi (ad es. Grant Lee Phillips...e tutto torna) a loro basta veramente poco.
Mark entra in scena vestito di nero, alto e statuario, sembra abbastanza in forma, ma la sua andatura ricorda quella di un pugile un po' suonato. Afferra in silenzio l'asta ed il microfono, una posa che i suoi fans ben conoscono, non scambia battute con il pubblico. Lui non fa il ruffiano.
Quando inizia a cantare un suono che ha il sapore del deserto e la consistenza di una lastra di pietra sgorga dalle sue labbra, le note della chitarra di David Rosser si diffondono nell'aria, non ci sono orpelli elettronici, neanche il minimo effetto è concesso alla voce o alle sei corde, ma sembra tutto perfetto, i presenti in sala si sentono trasportati lungo un viaggio che li riporta alle radici della musica stessa. Non c'è più il grunge dei '90, non ci sono i riffoni dei QOTSA, tutto deriva da quelle semplici strutture di accordi arpeggi, il resto è solo un'aggiunta.
I brani vengono pescati dall'intera discografia, sotto queste scarne vesti, anche le songs prese dal controverso "Bubblegum" appaiono splendere di nuova luce (“When your number isn't up”).
Si toccano due pezzi dei sempre sottovalutati Screaming Trees: “Where the twain shall meet” e “Traveler”; ci dimentichiamo di essere ai Magazzini Generali, forse ci troviamo in un saloon nel cuore del Texas (“Like little Willie John”), forse in una sala da concerti un tempo prestigiosa (“Wild flowers”), forse in una chiesa sconsacrata ad assistere al sermone di un prete alcolizzato (“On Jesus program”). Tocchiamo il mio (personale) apice su “The river rise” e chiude il tutto “Hangin’ tree”, tratta da quel monumento all'hard rock moderno che è "Songs for the deaf".
Finisce veloce. Troppo, un'ora e un quarto scarsa, ma sfogliando il mio taccuino constato che sono stati cantati ben 22 brani, con l'aggiunta di un'altra sola chitarra e magari qualche breve solo o qualche intro, il concerto sarebbe durato almeno le due ore (ormai canoniche), ma non importa, tutto è stato ridotto all'osso, la durata non ha fatto eccezione.
collegamenti su MusiKàl!
Mark Lanegan - Bubblegum
Mark Lanegan - Field Songs
Isobel Campbell & Mark Lanegan - Concerto all'Estragon (Bologna)
Isobel Campbell & Mark Lanegan - Ballad Of The Broken Seas
Soulsavers - Broken
Johnny Cash - American VI: Ain’t No Grave
Johnny Cash - American V - A Hundred Highways
Johnny Cash - American Recordings IV: The Man Comes Around
Johnny Cash - American III: Solitary Man
Queens Of The Stone Age - Era Vulgaris
Queens Of The Stone Age - Lullabies to Paralyze
Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf
Queens Of The Stone Age - Rated-R
Grant Lee Phillips - Mobilize