Sabato 13 novembre, il Velvet di Rimini stasera
è gremito, fuori diluvia e il vento porta
via, ma dentro, nonostante il freddo, l’atmosfera
è carica e calda. C’è gente
venuta da mezza Italia per l’ultima data
italiana di Mark Lanegan , ragazzi che lo seguono
dai tempi degli Screaming Trees, quando ad ogni
concerto ci si domandava se “lui”
si sarebbe presentato sul palco o se sarebbe rimasto
perso nei suoi incubi al sapore di “brown
sugar”. Ci sono anche nuovi convertiti,
grazie al suo breve periodo come membro degli
ormai “smembrati” Queens of the Stone
Age. Comunque sia, il pubblico è felice
di vedere e sentire nuovamente l’uomo che
considerano quasi come un amico, uno che ce l’ha
fatta a sopravvivere a se stesso, agli eventi,
ai compagni di viaggio, Kurt e Layne.
La band, seduta a cena e coccolata dallo staff
del Velvet con delizie culinarie locali , scherza
e cerca di nascondere la preoccupazione per l’improvviso
cambio di chitarrista, avvenuto il giorno prima,
infatti stasera, a inforcare la chitarra sarà
nientemeno che Nick Oliveri, ex bassista e seconda
mente (ingiustamente liquidata) dei QOTSA, che
al momento apre i concerti della Mark Lanegan’s
Band con un “one man show” acustico.
Sarà un concerto interessante.
Ore 22.15, Nick Oliveri, con la chitarra
in spalla, fa la sua entrata sul palco. Un grido
di supporto si leva dalla folla, Nick saluta,
è stanco, le vicissitudini dell’ultimo
anno l’hanno senz’altro segnato, ma
il ragazzo ama quello che fa, non potrebbe fare
altro nella sua vita perennemente incasinata,
e così attacca il suo acustico, soprattutto
pezzi del suo ultimo disco con Mondo Generator
“A Drug Problem that Never Existed”,
pezzi punk che nonostante la difficoltà,
Nick riesce a trasformare in ballate dal sapore
malinconico. Quando Lanegan appare per cantare
“Autopilot” (dal secondo album dei
QOTSA, “Rated R”) accompagnato da
Norm Block alla batteria, il pubblico va giù
di testa, salutano, applaudono, fotografano. Mark
resta anche per “4Corners” l’ultimo
pezzo, molto bello, di “A Drug Problem….”
, e l’acustico di Oliveri finisce. Per il
genere di musica che propone, forse l’idea
di questi unplugged, non è delle migliori,
ma bisogna riconoscere a Nick, il coraggio e la
passione che possiede e questa sfida, probabilmente,
lo renderà un musicista “migliore”.
L’attesa dura i pochi minuti per il cambio
palco, ma fischi e urla di richiamo si fanno sempre
più insistenti e finalmente le luci si
abbassano e la band prende il palco. Inizia con
“Sideways and Reverse” secondo singolo
del suo ultimo album, “Bubblegum”;
è tirato forte, strizza l’occhio
ai Queens of the Stone Age ma mantiene la sua
identità, è rock carico e senza
fronzoli, chitarre psichedeliche e distorte, piuttosto
distanti dal Lanegan più melodico
e tendente al blues a cui ci eravamo abituati.
Il concerto prosegue con “Hit the city”
e “Wedding Dress” anche loro tratti
da “Bubblegum”, e “One Way Street”
da “Field Songs”.
È un concerto carico di energia, tutti
i musicisti (incluso Oliveri che se la cava egregiamente
per uno che ha dovuto imparare 20 pezzi in 48
ore) danno veramente un’impressione di unità
e fluidità, Eddie Nappi al basso e Brett
Nettson alla chitarra, si lasciano andare a pieno
ritmo con assoli e virtuosismi sottili ma efficaci.
Norm Block picchia con foga le sue pelli e aggiunge
adrenalina a un set già di per sé
molto efficace. Anche Shelley Brien, ai cori,
finalmente si fa sentire oltre che guardare. E
poi c’è lui. Tenendo salda l’asta
del microfono con due mani, quasi come se fosse
la “copertina di Linus”, Lanegan è
in forma, la sua voce calda e roca penetra nella
pelle di chi ascolta e fa scorrere un brivido
collettivo tra i fans in visibilio. Non è
un caso che quest’uomo sia diventato una
leggenda. I suoi testi raccontano anni di lacrime
e sofferenza personale, storie di anime perse
per strada e santi ubriaconi, e senz’altro
la sua voce riesce ancora a scaturire emozioni
fortissime; tra i pezzi più intensi del
concerto, spicca sicuramente la splendida versione
di “Resurrection Song”; e, quando
intona le prime note di “I’ll take
care of you”, la pelle d’oca che tutti
provano non è dovuta al freddo polare del
locale.
Prima di chiudere con “Metamphetamine Blues”
(anche questa da “Bubblegum”), il
gruppo ci regala una “chicca” con
“Skeletal History” degli Screaming
Trees, per il pubblico non potrebbe andare meglio,
si scatena e canta le parole insieme a Mark, poi
lui lascia il palco al resto della band, che si
diverte a perpetuare la sensazione onirica di
questa sera con una successione di sonorità
melodiche e violente al tempo stesso.
Un grande concerto per un grande artista. Grazie
Mark Lanegan’s Band, grazie Velvet.
collegamenti su MusiKàl!
Mark Lanegan - Bubblegum
Mark Lanegan - Field
Songs
AA.VV. - Independent
Days Festival 2004
QOTSA - Songs
For The Deaf