I Marillion: ovvero come passare per una band
progressiva senza esserlo mai stati. Né
ora né mai. Lo scriveva anche Matteo Cavallari
nella recensione di "Anoraknophobia".
Eppure, ancora oggi, quante volte ci si imbatte
nel trito luogo comune che incasella la musica
della band inglese (almeno alle sue origini) come
"progressive revival anni ottanta"!
È accaduto un po' quel che si verifica
con notizie storiche, citazioni, o vere e proprie
interpretazioni critiche, completamente inventate,
ma tramandate come vere per anni e anni, nell'attesa
che qualcuno - criticamente un po' più
agguerrito degli altri - smascheri la bufala.
Il "caso Tolkien" - e non deviamo molto
dal nostro tema, visto che lo scrittore britannico,
dal punto di vista onomastico, è il papà
dei Marillion - è a questo proposito emblematico:
si è dovuto attendere un volumetto della
Minimum fax (Lucio Del Corso-Paolo Pecere, "L'anello
che non tiene", 2003) per vedere - e leggere
- Tolkien finalmente depurato da interpretazioni
fuorvianti, tendenziose e prive di fondamento.
Naturalmente, per quanto ci riguarda, non pretendiamo
di essere più agguerriti di chicchessia,
anche perché quanto qui scriviamo è
considerazione per nulla originale, e per qualcuno
forse anche un po' "frollata". Ma, evidentemente,
non per tutti, se è vero, come'è
da chiunque facilmente verificabile, che la "bufala
Marillion" (bufala di qualche critico e di
qualche fan, non della band) continua a riproporsi
subdolamente fra gli appassionati.
L'espressione più clamorosa dell'equivoco
è costituita probabilmente dall'equazione
"Fish : Gabriel = Marillion : Genesis",
nella quale, se il primo membro fila liscio, il
secondo suona come una stecca devastante. Nemmeno
alle origini, nei primi anni ottanta, i Marillion
hanno mai rievocato i Genesis. O meglio: la somiglianza
si fermava alla voce di Fish. Tutto il resto -
dal suono alla ritmica (con la parziale eccezione
di "Grendel") - erano, per fortuna,
tutt'altra cosa. Del tutto solidali con l'epoca
loro.
Il concerto di Castellarano (prima delle tre
date italiane del "Marbles tour 2004")
ha presentato un gruppo in buona salute, circondato
dall'affetto dei suoi affezionati fans. Se è
vero che Steve Hogarth da tempo non ha più
bisogno di presentazioni (anche se lo stile, con
qualche aggiustamento, resta di fatto quello di
Fish), è però altrettanto vero che
il fascino, la grandiosità dei primi Marillion,
si sono ormai adagiati in un pop romantico sempre
di buon livello, ma un po' troppo lucidato e piatto.
I brani del nuovo "Marbles" potranno
certo accontentare gli irriducibili, ma ad una
considerazione obiettiva denunciano ben poca freschezza:
ad eccezione di qualche raro spunto, si fatica
veramente ad appassionarsi dei lenti coi lustrini.
Si fatica a distinguerli. Gli slanci strumentali
sono ridotti ormai a poca cosa, le tastiere di
Kelly sono evidentemente in ferie, Rothery non
fa che ripetere sempre lo stesso assolo.
Dopo un'ora e mezza di concerto (la prima parte
dedicata al nuovo album, la seconda ai brani più
vecchi) a noi viaggiatori del tempo non resta
che tendere compiaciuti (e un po' scettici) le
orecche ai cori del pubblico, ma con l'udito della
memoria riascoltare "The web", "Assassing",
"Levender" e compagnia bella: alcune
fra le migliori incarnazioni delle sonorità
anni ottanta.
Con la mente, ripetiamo, perché dell'epoca
Fish, quasi inevitabilmente (e con qualche giustificazione),
non è rimasta traccia.
collegamenti su MusiKàl!
Marillion - Anoraknophobia
Genesis - le
recensioni
Peter Gabriel - Up
Peter Gabriel - Ovo
Peter Gabriel - Peter
Gabriel III