Giochiamo alle associazioni mentali. Se io dico
“Scozia”, voi probabilmente rispondereste
“pioggia”, “castelli”,
“laghi”, “birra”, “grigio”
e poi ancora “pioggia, pioggia, pioggia”.
Avete ragione. Ma allora, come mai certe melodie
arrivate da lassù hanno il calore, la luminosità
e la bellezza di una giornata di sole? Come mai
è impossibile non sorridere davanti ai
semplici incanti dei Belle
and Sebastian, o alla leggerezza perfetta
delle canzoni dei Teenage Fanclub? Questo può
significare solo due cose: o parlare delle band
secondo la loro provenienza geografica non ha
il minimo senso, oppure esistono gruppi capaci
di immaginare il sole in una stanza anche quando
tutto è grigio.
I Teenage Fanclub sono uno di questi pochi gruppi,
e non importa che per realizzare questo “Man-made”
– l’ottavo della loro storia –
si siano spostati a Chicago alla corte di John
Mc Entire (che non eccede in stranezze produttive,
ma lavora di cesello sulle armonie in maniera
favolosa): davanti alla grazia luminosa di “It’s
all my mind”, a quel ritornello tanto magico
e velenoso da ricordare i Byrds, non si può
non rimanere folgorati, e non si può non
allargare il volto in un sorriso. E il bello è
che il resto del disco non è da meno, sebbene
manchi il guizzo definitivo, quella canzone che
ti faccia sobbalzare dalla sedia: “Time
stops” si anima improvvisa, le chitarre
si fanno più aggressive e la ritmica più
sostenuta, ma tutto riesce a rimanere incredibilmente
leggero, così come nei saltelli del basso
di “Nowhere”, nei contrappunti jazz
della chitarra in “Save” (suonata
con lo stesso tocco sofisticato che appartiene
a Geoff Farina dei Karate), o nel power-pop chitarristico,
tra tastiere e una voce incredibilmente misurata,
di “Slow fade” (una versione sorridente
dei Dinosaur Jr.?).
“Man-made” scorre leggero, fluido:
ci si può innamorare dei dettagli (i semplicissimi
tocchi della mano destra sul pianoforte di “Only
with you”, la chitarra acustica alla Neil
Young di “Cells”, gli archi di
“Flowing”), assaporare le melodie
anche quando le canzoni si fanno insipide (“Feel”,
“Fallen leaves”), far ondeggiare ritmicamente
la testa sulla coda distorta di “Born under
a good sign”…si può fare tutto
questo, durante l’ascolto, senza stancarsi
mai. Anche se, sul finale, lo schema tende a ripetersi
un po’ troppo automatico, “Man-made”
sa incantare: ha il suono di una giornata con
il cielo blu e poche nuvole appese, ha la leggerezza
accattivante del vestito di quella ragazza che
avete guardato mentre tornavate a casa, questa
sera. Ha il suono delle cose imperfette che vi
rendono felici.
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