Un album, un reportage di suoni, colori, emozioni.
Nel giugno 2000 Damon Albarn, cantante dei Blur,
intraprende un viaggio in Mali, lontano dallo
star system britannico, alla ricerca di nuove
forme di ispirazione e probabilmente anche un
po' di sé stesso. Il ragazzo londinese
ha sempre dato l'impressione di essere "oltre"
le cose fatte o interpretate con il suo gruppo,
e di possedere una specie di sana inquietudine
tesa verso realtà opposte a quella vissuta
(pensiamo anche al suo esilio di qualche anno
fa in Islanda, dove comprò un pub
).
Durante il suo viaggio nell'assetato paese africano,
Albarn si è tirato dietro la sua melodica
a bocca ed un registratore pronto a documentare
semplici suoni, parole, musiche, canti coi quali
si imbatteva durante i vari pellegrinaggi. Tornato
a Londra, Damon si è ritrovato con un enorme
mole di materiale sul quale lavorare, magari e
soprattutto nei ritagli di tempo concessi dalla
nuova attività Gorillaz e da sessions interminabili
coi vecchi compagni Rowntree, James e Coxon, cercando
di dare una personalità a nuove creature
made in Blur. Due anni passano, quei suoni lontani
ed affascinanti prendono piano piano forma, ed
insieme a loro nasce anche una casa discografica
indie, la Honest Jons Records, con sede a Portobello.
La stretta collaborazione con grandi musicisti
del paese sub sahariano come Afel Bocoum e Toumani
Diabaté fa sbocciare finalmente il fiore,
ed è un fiore veramente del deserto, raro,
strambo, delicato ma anche resistente, con radici
piantate fino alla più profonda vena acquifera.
Lascia davvero stupefatti il modo in cui questo
cockney un po' snob sia entrato in simbiosi con
questi suoni, appropriandosene: le canzoni sono
quasi tutte firmate Albarn, e l'evidente matrice
africana sembra sposarsi teneramente ad elucubrazioni
più europee. C'è un main theme nell'album
che comincia ad insinuarsi nel paradisiaco arpeggio
alla kora di Diabaté ("4am at Toumanis")
e che poi si dipana nella melodica di Damon
ebbene,
è un misto di gioia e malinconia, una fotografia
assolutamente nitida di milioni di occhi del Continente
Nero, della loro gioia di vivere costretta a sopravvivere
con la miseria e la fame. Questo tema principale
verrà riproposto nei pezzi successivi,
con effetti eccezionali e diversissimi tra loro.
In "Le hobon" si accoda ad un ritmo
saltellante, da festa del villaggio: irresistibile.
Nella successiva "Sunset coming on"
la stessa melodia sfocia nel canto di Damon, dentro
un'atmosfera tesa e cupa, la voce è profonda
e volutamente smagliata, l'impatto emotivo è
altissimo.
"Mali music" è innanzitutto
un disco onesto (Honest Jons Records
), dove
l'autore ha preso tutto il tempo necessario per
cercare di far trasparire l'umore del posto da
lui visitato, filtrato dalla mente di un uomo-artista
immerso in un mondo lontano anni luce; il pericolo
di dare alla luce un album "turistico"
è stato scongiurato proprio da questa estrema
ricercatezza di esposizione e da un enorme rispetto
verso quella cultura. "Mali music" è
sole, immensi spazi deserti, bidonvilles piene
di bimbi vocianti e curiosi, ma anche brughiera
inglese, nebbie fitte, malinconia per ciò
che il mondo ancora non è.
collegamenti su Kalporz:
Blur - la Kalporzgrafia
Gorillaz - Gorillaz