Da anni i Baustelle
vanno ripetendo la loro disponibilità a
realizzare una colonna sonora per un film; visto
che nessuno ha dato loro ascolto, la band di Montepulciano
ha pensato di realizzare da sola qualcosa di molto
simile: più che canzoni, gli undici brani
de “La malavita” sono racconti messi
in musica, ognuno con i propri protagonisti e
il suono che più vi si adatta. Non un concept
album, ma un disco corale che affronta da varie
angolazioni (inquadrature?) il male di vivere:
ci sono la ragazza suicida de “La guerra
è finita”, il ragazzino terrorizzato
dal colore blu perché gli ricorda gli infermieri
aguzzini del manicomio (“Sergio”)
e la dark lady, cinica macchina sessuale, di “Revolver”.
E ancora suicidi, ansie da provincia cronica,
amore/odio per il grigio avvolgente di Milano,
un corvo che guarda dall’alto le finte felicità
borghesi, adolescenti che non possono permettersi
una personalità, perfino una citazione
da Montale ne “Il nulla”. E questo
sarebbe un album pop? Per una major? Un prodotto
da fischiettare? Sì, “La malavita”
è un album pop, e decisamente bello, per
di più. Le canzoni non sprofondano mai
nella tristezza che sarebbe loro naturale grazie
al distacco da chansonnier timido e dandy di Francesco,
all’incantevole voce di Rachele (che compare
poco, ma dà i brividi ogni volta) e a un
suono diretto al volto, più apertamente
chitarristico e rock, energico e arricchito dall’orchestra
in ben sei brani.
L’inizio è a dir poco favoloso:
“Cronaca nera”, con quelle tastiere
e quella chitarra seventies, esce direttamente
da un poliziottesco, mentre “La guerra è
finita” è semplice e assassina come
potevano esserlo i brani dei Blondie, molti anni
fa. “Sergio”, punto più alto
del disco, è disperata e potente, con un
ritornello che volta alto verso un blu terrificante;
“Revolver”, tra elettronica frammentata
e l’orchestra, e “I provinciali”,
aperta nel cuore da uno splendido assolo, concludono
la prima parte del disco al meglio. Si resta senza
fiato, ed è allora che l’album cala,
proprio nelle canzoni a cui la band tiene di più:
“Il corvo Joe” e “Un romantico
a Milano” sono gli unici brani che risultano
troppo gonfiati dagli archi e resi statici dalla
voce. È solo un attimo, però: “Perché
una ragazza di oggi può uccidersi?”
e “A vita bassa” (ispirata ad un articolo
di Marco Lodoli) mostrano l’incanto di due
voci perfette, e il finale di “Cuori di
tenebra” fa entrare la speranza, e un po’
di luce, su questi bui film in musica.
Ed è buffo, in fondo, pensare a “La
malavita” come ad un disco scuro, perché
è il frutto di una canzone italiana che
non si vergogna più di se stessa. È
pop contagioso. E luminosissimo.
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