Un album che respira, quest'ultima fatica dei
Madrigali Magri, terzetto piemontese attivo fin
dal 1994 e con alle spalle due lavori: l'autoprodotto
"Lische" e l'ottimo "Negarville",
uno dei migliori album italiani degli ultimi anni,
che ha creato intorno al gruppo un'attesa probabilmente
del tutto inaspettata (anche se sempre fra i pochi
appassionati curiosi che spostano l'occhio dalle
solite, ripetitive realtà).
"Malacarne" è una degna prosecuzione
di "Negarville", su questo non ci sono
dubbi. Il nero, colore musicale predominante di
questo strano combo, è ancora la caratteristica
principale, ma inteso non come negazione della
luce, bensì come insieme dei colori, in
questo opposto al bianco (negazione del colore).
Il suono, energico attanagliante e profondo è
stilizzato, spezzato, improvvisato. Un approccio
emozionale alla musica, che riesce nell'intricato
vortice della dissonanza e dell'estemporaneo a
produrre comunque melodia: minimale magari, ma
melodia.
Difficile cercare di focalizzare l'identità
sonora della band: diciamo per semplificare che
all'ascolto il tutto appare come un crocevia folle
in cui si incontrano le sperimentazioni di John
Cage - perché il cosiddetto post-rock nasce
prima del post-rock -, la libertà espressiva
di Tom Waits
(cercatelo, nascosto sotto il velo delle distorsioni,
e lo troverete), la poetica introspettiva e malinconica
di Nick Drake
e un po' di musica contemporanea - un po', sparpagliata
-.
Innegabile che l'album, dopo un inizio duro e
coerente (e sul quale spicca lo splendido strumentale
di "Orco boia") raggiunga il suo apice
concettuale nella stupefacente "Onda dura",
dieci minuti e una manciata di secondi di perdita
di coscienza, abbandonarsi ai flutti, come dopotutto
ispira il testo ("Una minuscola vela può
sapere dove andare, ma una minuscola vela contro
la misura del mare era bianca all'alba").
E proprio da questa frase finale prendono vita
i tre brani conclusivi che concludono un album
in fin dei conti già concluso, e che assumono
anche per questo una valenza ulteriore.
Laddove l'album era nato e si era evoluto nell'oscurità
calda, malefica e protettiva di "Malacarne",
ora si assiste in bella sequenza a "Era",
"Alba" e "Bianca". "Alba"
sfodera uno struggente arpeggio acustico e una
voce/eco/con riverbero che annuncia "un'altra
magra alba sorride da stronza e soffia tutto via";
"Bianca" è semplicemente la traccia
che non esiste, la pagina bianca su cui nessuno
scriverà mai, perché "per sempre
una pagina avanza e una pagina manca".
Un album che bisogna avere, secondo me. Un album
che non si può far a meno di avere, tutto
qui.
collegamenti su MusiKàl!
Tom Waits - le
recensioni di MusiKàl!
Nick Drake - la
Kalporzgrafia