Avere la possibilità di assistere a un concerto gratuito di M83 nel bel mezzo del loro supporto al tour europeo dei Depeche Mode è un’occasione irripetibile. Perché questa data esclusiva all’Hana-Bi, la sede estiva del Bronson di Ravenna come al solito prodigo di chicche, fa effettivamente da intermezzo tra due apparizioni allo stadio Olimpico di Roma e al Meazza di Milano.
Due vetrine di lusso. Ma rispetto alla soglia di attenzione solitamente riservata ai supporting act dei grandi nomi dell’estate italiana (in quanti articoli sui Depeche si è quanto meno fatto cenno a un nome che in questo decennio ha dato sicuramente di più di Gore, Gahan e Fletcher?), l’intima cornice del bagno di Marina di Ravenna assume le sembianze di una sala prove. A suo modo comunque significativa.
È da poco buio quando il chitarrista Anthony Gonzalez, unico reduce di quello che era un duo prima dell’addio del socio Nicolas Fromageau, si materializza sul palco accompagnato da un batterista e dalla seconda voce femminile che lo aiuta ai synth e alle basi. Zero contatto con il pubblico malgrado si stia tutti addossati al palco riadattato sotto la tettoia in legno del lido. Giacca di pelle. Sguardo distaccato. Irrinunciabile freddezza francese che non guasta mai in determinati contesti musicali. Sarà pure una spiaggia, ma il palco è ben distante dal mare, quindi freddezza tutt’altro che inopportuna per un mercoledì in riviera dai sottofondi diversi dal solito.
Il progetto, del quale il compositore di Antibes è ormai l’unico titolare, è ormai al quinto album, “Saturdays=Youth” dell’anno scorso. Interessante non solo per il titolo quanto per l’efficace accentuazione dei toni pop nel peculiare electro-shoegaze dei precedenti lavori. Uno dei motivi per cui probabilmente Dave Gahan e soci potrebbero aver deciso, dopo il remix per “Suffer Well” da Playing The Angel” di assoldarlo con l’oneroso compito di intrattenere le folle isteriche dei loro show con una proposta musicale tutt’altro che da arena.
C’è da dire, e lo si percepisce subito dal poderoso inizio di “Graveyard Girl, che Gonzalez sembrerebbe aver saggiamente riadeguato volumi e l’impatto per evitare sbadigli e mugugni pomeridiani. In fondo i tre hanno già battezzato le grandi platee dopo il supporto ai The Killers nel tour dell’anno scorso. Il batterista, poi, è sempre preciso, a tratti incontenibile. Anche nei momenti teoricamente più morbidi e leziosi. “Skin Of The Night” e “We Own The Sky” nei loro evanescenti contorni dream-pop da risposta contemporanea ai Cocteau Twins. L’irresistibile tormentone indie “Kim & Jessie” è invece più quadrato e definito nei suoi contorni grazie a una batteria sempre viva e irrequieta. Una melodia che funzionerebbe nelle colonne sonore di Sofia Coppola per i suoi rimandi anni ’80 dalla decadenza magnetica quanto compiaciuta. Non solo per motivi di nazionalità, anche gli Air sono spesso rievocati nei sognanti panorami resi freddi e cinici dall’(ab)uso di basi e di synth, preponderanti quanto l’unica chitarra. Sempre avvolgente e carica di echi e riverberi come da tradizione shoegaze, è l’architrave di un perfetto equilibrio sonoro che non cede mai il passo a cali di tensione.
Dall’esordio eponimo sbuca fuori un po’ a sorpresa il synth-pop adeguatamente da spiaggia di “Sitting", come a dare qualche spiegazione in più ai meno appassionati circa la sorprendente chiamata dei Depeche Mode. Del tutto ignorato invece l’ottimo “Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts” così come “Digital Shades Volume 1”. Peccato. Si alternano dunque i nuovi brani da promuovere coi pezzi forti del terzo LP “Before The Dawn Heals Us”. Da “Teen Angst” quando sfidava Ulrich Schnauss nell’accattivante filone electro dei revivalist shoegazer a quello che resta uno dei brani più intensi degli M83. “Don’t Save Us From The Flames” nel suo romanticismo notturno travolto da impietosi vortici di distorsioni scuola-My Bloody Valentine, fa scendere il gelo sulla calda notte romagnola.
Prova invece a riscaldare gli animi una rabbiosa esecuzione di “A Guitar And A Heart” che malgrado i suoi ritmi in levare e la sferzata house conclusiva non smuove una platea impassibile. Forse assuefatta dall’ostentato distacco di Gonzalez e soci che sembra aver edificato un muro nonostante la fisica vicinanza con il pubblico.
Ci riesce a fatica invece l’indigestione di anni ’80 che segue in chiusura di set. La nuova “Couleurs” è uno di quei brani che per incedere e sonorità, sembrerebbe introdurre da un momento all’altro la voce di Gahan. Nessuna apparizione imprevista, nessuna sorpresa chiaramente, se non un lungo finale piacevolmente in crescendo che ipnotizza tutti in una trascinante coda electro. Saturdays = Youth. Peccato sia mercoledì e in troppi sembrerebbero averlo preso alla lettera.
Graveyard Girl
Teen Angst
We Own The Sky
Kim & Jessie
Sitting
Skin of The Night
Don't Save Us from the Flames
A Guitar and a Heart
Couleurs