Nessuna centrale elettrica nei paraggi, va bene, ma penso subito che l’ubicazione dell’evento in una zona industriale possa assicurare uno scenario adeguato al contesto della serata, il nome stesso del locale a promettere quanto meno una solida convergenza di prospettive; eppure la discreta folla che troviamo allineata fuori dall’Urban Club – tra buttafuori, lunghe file e timbri all’ingresso – più che l’esercito del SERT sembra la solita popolazione-disco del finesettimana, a occhio e croce desiderosa più di una caipirinha che di un concerto live come quello in programma, così che tutto il nostro romanticismo se ne va rapidamente a farsi benedire. Tant’è. Bandiamo ciance e facili snobismi, qua in ogni caso è ospite la rivelazione italiana del 2008, il fresco vincitore della Targa Tenco per la migliore opera prima e siamo ben lieti di poter presenziare.
Terminata la mezz’ora d’aria della band locale avanziamo con calma fra la gente per posizionarci più vicini al palco dove si allineano in terzetto – sono quasi le una e trenta – Giorgio Canali, Vasco Brondi e un violoncello di gentil sesso. Nel mezzo di una sala gremita e brulicante, dunque, l’impressione generale è quella di un pubblico per lo più inconsapevole e piuttosto rumoreggiante anche se, avvicinandoci alle prime file, riusciamo addirittura a cogliere qualche sguardo appena più concentrato e allora chissà mai che mi stia sbagliando.
Le ostilità sono aperte da “Produzioni seriali di cieli stellati” con i suoi saliscendi emozionali che sembrano montacarichi la gola è riarsa nel febbricitante senzafiato di “Piromani” l’amore raccontato è solo quello ai tempi del metadone dentro addobbi di “Stagnola” per fumarsi l’eroina i pezzi che sono urgenza e rabbia e sputi le vertigini di una prosa disperata e ammaccata che va ben oltre l’apparenza di un flusso ininterrotto di sterili slogan lanciati come molotov. Se quelle che cercavo erano conferme allora posso dirmi già soddisfatto perché sopra le pennate acustiche di Vasco ribollono della medesima tensione parole che sono ortiche a sfiorare la pelle, liriche violente che sono fiotti bollenti che sgorgano impetuosi dalle viscere di uno scrittore dal talento indiscutibile. Le ruvide microstorie del ferrarese urlano di un mondo che sentiamo essere nostro, sono antidoti alle canzoni inutili che ci perseguitano, sono ingenui e sfrontati omaggi nostalgici ai Tondelli, ai Pazienza, ai CCCP, ai quei punti di riferimento e a quelle influenze apertamente dichiarate se non addirittura ostentate.
Quando “Sere feriali” avvia nel suo quasi-blues sento un tipo dietro di me domandare ridacchiante se per caso si tratti della musica de “Il buono il brutto e il cattivo” e allora capisci in un attimo che forse non tutti hanno avuto a che fare con pomeriggi troppo lunghi e troppo azzurri, con progetti scadenti e progetti a scadenza; oppure hai semplicemente la riprova - se mai ve ne fosse bisogno - che le canzoni da spiaggia deturpata sono prima di tutto canzoni attuali e assolutamente necessarie.
Intanto l’elettrica di Canali grattugia ancora frammenti CSI, un pezzo dei suoi Rossofuoco s’incastra alla perfezione nella scaletta mentre le linee di violoncello si fanno sentire soprattutto in coda, srotolando lunghi tappeti dietro ai pezzi nervosi. Il didascalismo del cantautore si limita a informare che la prossima sarà “una canzone molto simile alle precedenti” e che parlerà “più o meno delle stesse cose” e lo fa appena prima de “La lotta armata al bar”, brano che riesce a generare uno dei pochi sussulti partecipi di un pubblico che comprensibilmente fatica ad agganciare in corsa le rime furibonde delle Luci ma non può esimersi dal cantare quel “cosa racconteremo/ai figli che non avremo/ di questi cazzo di anni zero” che è un colpo probabilmente fin troppo doloroso per poter essere dimenticato. Ripetitivi e claustrofobici, si susseguono in deliberata monotonia gli altri acquerelli di solitudine urbana - dalle amarezze di “Lacrimogeni”, alla catarsi noise di “Fare i camerieri”, fino alle timbriche molto rinogaetano de “La gigantesca scritta coop”, per arrivare alla conclusiva “Per combattere l’acne” durante la quale perfino la platea azzarda qualche coro.
Né più né meno una serata che sta lì a ribadire quale sia oggi l’unica credibile ipotesi di cantautorato in Italia.
Mentre raggiungo la macchina cerco di evitare pozzanghere dalle quali non ho affatto intenzione di abbeverarmi ma, recuperando mentalmente qualche scoria del concerto, mi sorprendo a pensare ai rischi cui potrebbero andare incontro certe auto parcheggiate così male.
collegamenti su MusiKàl!
Le Luci della Centrale Elettrica - Intervista (8-10-2008)
Le Luci della Centrale Elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
CCCP - la Kalporzgrafia
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Giorgio Canali & Rossofuoco - giorgiocanali&rossofuoco
Giorgio Canali - Concerto al Calamita (RE)