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LOW
Concerto all'Estragon (Bologna) (26 maggio 2007)
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di Piero Merola scrivi un'email

Chi aveva avuto modo di vederli - mi sento chiamato in causa – come supporto di quella che resta ancora oggi l’ultima visita dei Radiohead in Italia, non può fare a meno di riconoscere che qualcosa è cambiato. Se, vuoi per l’estenuante attesa di Thom Yorke e soci, vuoi per il caldo, per il vociare di fondo, per un potenziale outdoor innegabilmente ridotto, in quei cinque assolatissimi pomeriggi di luglio la maggior parte del pubblico dimostrava palesi segni di insofferenza verso i malcapitati, ignorandone l’importanza e il valore - non mi sento chiamato in causa – a quasi quattro anni di distanza gli scenari sembrano stravolti. Una serata tutta per loro, la seconda dopo l’apertura in grande stile di Sparklehorse e Fennesz, nella lunga rassegna pre-estiva del Rocker Festival che chiude una stagione, quella dell’Estragon, al di sopra delle più rosee aspettative. E la logica dei corsi e ricorsi storici lascia in eredità ai Death Vessel l’arduo compito di fare i Low della situazione, con un pubblico certamente più pacato e paziente (mi verrebbe da dire più low), inclusi coloro che sembrano aver resistito con difficoltà alle lusinghe del luna-park del Parco Nord. Pochi, per fortuna. Il vociare non supera i limiti. Anche se la performance non decolla, dunque, è un buon segno per quello che verrà dopo.

La curiosità non è poca. In due anni i Low sono passati bruscamente dalle fasi più rock della loro carriera, con un “The Great Destroyer” graffiante e distorto ai limiti della bassa fedeltà, all’annichilimento di una componente essenziale, le chitarre, soggiogate dai tessuti di loop, effetti e silenzi che spadroneggiano nel minimalismo di “Drums And Guns”. Chi si aspettava tastiere, synth o quant’altro resta subito deluso. La suggestiva “Sandinista” è rivisitata alla loro maniera. Ritmi dilatati e rallentati che sollevano al cielo le voci dei coniugi Sparhawk. Almeno dal vivo, come conferma un’esecuzione cinica e aggressiva di “In silence”, la chitarra di Alan continua a graffiare. Anche quando in “Take Your Time” o nell’incantevole “Belarus” (ad arricchire il suono oltre a un violino stridente non mancano quelle voci loopate che fanno tanto Sigur Ros) il taciturno frontman prova a dare un assaggio degli effetti che tanto hanno sconvolto chi si aspettava dal loro ultimo lavoro il classico slowcore che li ha portati alla ribalta. Un po’ impacciato, a un certo punto reagisce con imprevedibile furia (si fa per dire) a piccoli problemi tecnici. Ma gli applausi e le urla sono scroscianti, quasi spropositate. Una piccola rivalsa su chi quattro anni fa li avrebbe sbattuti fuori senza mezzi termini.

Sorprende in tutti i sensi la rielaborazione rock di “Breaker”, sincopata e corrosiva alla maniera di Neil Young, con accordi di chitarra stoppati che provano da soli a fare il lavoro di organo e clapping. Ma un concerto dei Low non è fatto per l’analisi di questi piccoli accorgimenti. Andrebbe goduto come una sorta di esperienza mistica, di distacco e alienazione. in cui ci si illude di essere elevati in una dimensione ultraterrena. Difficile aprire bocca o muoversi, persino per seguire con la testa le ritmiche tribali di Mimi Parker sospinte dallo spietato basso di Matt Livingstone. Non solo, e ci si dovrebbe stupire del contrario, nei vecchi classici, le dolenti e tetre “Lust” e “Shame”, accompagnate da un silenzio che rende il momento cupo e sofferto da rabbrividire. Anche nei brani per così dire movimentati, l’agrodolce “Sunflower” o il grunge in salsa slowcore di “July”, le melodie ammalianti del trio della città di Bob Dylan (Duluth, Minnesota) lasciano il segno. E’ uno stato d’ipnosi collettiva in cui le parole – storie di nostalgia, disincanto, violenza, depressione – valgono quanto i silenzi. Per la gioia di Kalporz non mancano gli estratti da “The Great Destroyer” scelto come miglior disco del 2005, ovvero una “Pissing” tenebrosa che sembra durare un’eternità e la meravigliosa “Silver rider”, una di quelle ballad apparentemente placide che nascondono ferite mai rimarginate . Da segnalare poi il controverso siparietto con uno Sparhawk più loquace del solito che improvvisa un sondaggio su chi di noi avesse con sé roba da fumare, conclusosi con un invito poco mormone “You should smoke marijuana, you should try!”. Un lampo di brutale “realtà” prima di nuove nubi, l’unica gemma da “Trust”, l’anestetizzante “(That’s How You Sing) Amazing Grace”.

Non sembrerebbe esser passato così tanto, ma dopo meno di un’ora e mezzo finisce tutto. Con quella sensazione ambivalente di sollievo e mancanza tipica di quegli incubi da cui si finisce per essere morbosamente attratti.

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4 giugno 2007




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