Chi aveva avuto modo di vederli - mi sento chiamato
in causa – come supporto di quella che resta
ancora oggi l’ultima visita dei Radiohead
in Italia, non può fare a meno di riconoscere
che qualcosa è cambiato. Se, vuoi per l’estenuante
attesa di Thom Yorke e soci, vuoi per il caldo,
per il vociare di fondo, per un potenziale outdoor
innegabilmente ridotto, in quei cinque assolatissimi
pomeriggi di luglio la maggior parte del pubblico
dimostrava palesi segni di insofferenza verso
i malcapitati, ignorandone l’importanza
e il valore - non mi sento chiamato in causa –
a quasi quattro anni di distanza gli scenari sembrano
stravolti. Una serata tutta per loro, la seconda
dopo l’apertura in grande stile di Sparklehorse
e Fennesz, nella lunga rassegna pre-estiva del
Rocker Festival che chiude una stagione, quella
dell’Estragon, al di sopra delle più
rosee aspettative. E la logica dei corsi e ricorsi
storici lascia in eredità ai Death Vessel
l’arduo compito di fare i Low della situazione,
con un pubblico certamente più pacato e
paziente (mi verrebbe da dire più low),
inclusi coloro che sembrano aver resistito con
difficoltà alle lusinghe del luna-park
del Parco Nord. Pochi, per fortuna. Il vociare
non supera i limiti. Anche se la performance non
decolla, dunque, è un buon segno per quello
che verrà dopo.
La curiosità non è poca. In due
anni i Low sono passati bruscamente dalle fasi
più rock della loro carriera, con un “The
Great Destroyer” graffiante e distorto
ai limiti della bassa fedeltà, all’annichilimento
di una componente essenziale, le chitarre, soggiogate
dai tessuti di loop, effetti e silenzi che spadroneggiano
nel minimalismo di “Drums
And Guns”. Chi si aspettava tastiere,
synth o quant’altro resta subito deluso.
La suggestiva “Sandinista” è
rivisitata alla loro maniera. Ritmi dilatati e
rallentati che sollevano al cielo le voci dei
coniugi Sparhawk. Almeno dal vivo, come conferma
un’esecuzione cinica e aggressiva di “In
silence”, la chitarra di Alan continua a
graffiare. Anche quando in “Take Your Time”
o nell’incantevole “Belarus”
(ad arricchire il suono oltre a un violino stridente
non mancano quelle voci loopate che fanno tanto
Sigur Ros) il taciturno frontman prova a dare
un assaggio degli effetti che tanto hanno sconvolto
chi si aspettava dal loro ultimo lavoro il classico
slowcore che li ha portati alla ribalta. Un po’
impacciato, a un certo punto reagisce con imprevedibile
furia (si fa per dire) a piccoli problemi tecnici.
Ma gli applausi e le urla sono scroscianti, quasi
spropositate. Una piccola rivalsa su chi quattro
anni fa li avrebbe sbattuti fuori senza mezzi
termini.
Sorprende in tutti i sensi la rielaborazione
rock di “Breaker”, sincopata
e corrosiva alla maniera di Neil
Young, con accordi di chitarra stoppati che
provano da soli a fare il lavoro di organo e clapping.
Ma un concerto dei Low non è fatto per
l’analisi di questi piccoli accorgimenti.
Andrebbe goduto come una sorta di esperienza mistica,
di distacco e alienazione. in cui ci si illude
di essere elevati in una dimensione ultraterrena.
Difficile aprire bocca o muoversi, persino per
seguire con la testa le ritmiche tribali di Mimi
Parker sospinte dallo spietato basso di Matt Livingstone.
Non solo, e ci si dovrebbe stupire del contrario,
nei vecchi classici, le dolenti e tetre “Lust”
e “Shame”, accompagnate da un silenzio
che rende il momento cupo e sofferto da rabbrividire.
Anche nei brani per così dire movimentati,
l’agrodolce “Sunflower” o il
grunge in salsa slowcore di “July”,
le melodie ammalianti del trio della città
di Bob Dylan
(Duluth, Minnesota) lasciano il segno. E’
uno stato d’ipnosi collettiva in cui le
parole – storie di nostalgia, disincanto,
violenza, depressione – valgono quanto i
silenzi. Per la gioia di Kalporz non mancano gli
estratti da “The Great Destroyer”
scelto come miglior disco del 2005, ovvero una
“Pissing” tenebrosa che sembra durare
un’eternità e la meravigliosa “Silver
rider”, una di quelle ballad apparentemente
placide che nascondono ferite mai rimarginate
. Da segnalare poi il controverso siparietto con
uno Sparhawk più loquace del solito che
improvvisa un sondaggio su chi di noi avesse con
sé roba da fumare, conclusosi con un invito
poco mormone “You should smoke marijuana,
you should try!”. Un lampo di brutale
“realtà” prima di nuove nubi,
l’unica gemma da “Trust”, l’anestetizzante
“(That’s How You Sing) Amazing Grace”.
Non sembrerebbe esser passato così tanto,
ma dopo meno di un’ora e mezzo finisce tutto.
Con quella sensazione ambivalente di sollievo
e mancanza tipica di quegli incubi da cui si finisce
per essere morbosamente attratti.
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