Non so perché ma la storia Coxon/Blur
mi sembra meglio di una telenovela argentina modello
“Anche I Ricchi Piangono”, con Damon
Albarn nel ruolo che fu di Veronica Castro, quello
da primadonna: sempre pronto a fare e a disfare
a piacimento. E’ notizia di questi giorni
che il biondo ex ragazzino avrebbe dichiarato
che gli piacerebbe fare qualcosa ancora con Graham,
tipo un ultimo concerto insieme o qualcosa del
genere. Volemossebbene. Nel frattempo Coxon smentiva
con un certo distacco, affermando tranquillamente
che “i Blur sono stati una cosa un po’
da ragazzi, ora io ho progredito” [loro
no, n.d.a.]. Scaramucce tipo “il pallone
è mio”… “dai torna a
giocare con noi che ci manca il portiere!”.
Ma lasciamo stare il gossip e, per recensire
“Love Travels At Illegal Speeds”,
partiamo dall’affermazione di Coxon: musica
più adulta la sua? No di certo, si direbbe
proprio il contrario. “Love Travels…”
sembra un album postumo dei Sex Pistols dopo una
cura indie e non c’è nulla di adulto
nei Sex Pistols. Intendiamoci subito: “Love
Travels…” è un gran album,
è semplicemente che fa sorridere il fatto
che sia sempre rispettata la regola per cui un
artista non sa minimamente giudicare la propria
opera con obiettività. Pensare anche che
Coxon aveva dichiarato, prima dell’uscita
dell’album, che “Love Travels…”
sarebbe stato “più dark”: guarda
caso invece era da un po’ di tempo che non
sentivo un album così solare.
Musica da starter, due chitarre e pogo a volontà.
Come non scatenarlo in “I Don’t Wanna
Go Out” o “Gimme Some Love”?
Quest’ultima poi la si potrebbe definire
una “Anarchy In The U.K.” del 2000,
con tanto di cantato nasale strascicato alla Johnny
Rotten. Difficile immaginare una seconda adolescenza
così naturale per un Coxon papà,
deve avere carte nascoste che una generazione
di trentenni gli invidiano. Il risultato non è
proprio punk, è – per così
dire – punk oriented, l’attitudine
musicale che sembra emergere dal (sub)conscio
di Coxon più di altre. Non mancano alcune
ballads acustiche (“Flights To The Sea (Lovely
Rain)”, “Don’t Believe Anything
I Say”, “See A Better Day”)
e lì in effetti qualcosa del passato riaffiora:
a ben vedere non era Coxon la colonna portante
dei Blur? Visto a posteriori si può rispondere
di no, però era molto, quindi è
naturale che anche il fantasmino di ciò
che fu riappaia un po’ per farsi un giretto
nel nostro background degli Anni Novanta.
Quello che è certo, comunque, è
che Coxon adesso si diverte un sacco. Lo si sente,
lo si avverte. Tutto l’album lo conferma,
ma in particolare “You Always Let Me Down”:
breakbeat rock-blues alla Arctic Monkeys con un
organetto sixties in più. Spettacolo.
Più che ad un concerto in un locale vogliamo
vedere Coxon che suona ad un party in una casa
con ubriachi dappertutto. Ci si divertirebbe un
sacco.
collegamenti su MusiKàl!
Graham Coxon - Happiness
in magazines
Blur - la Kalporzgrafia
Arctic Monkeys - Whatever
People Say I Am, That's What I'm Not