È lì che ci si ritrova, tra le
note e per i natali stessi di chi le scrive. In
una terra di leggenda, custode d’antiche
tradizioni e paesaggi ancora inviolati dalla modernità,
depositaria orgogliosa d’una cultura unica,
ispirata da millenni di storia. Una cultura che,
negli ultimi anni, sotto le spoglie del cosiddetto
Welsh Movement, ha prodotto risultati lodevoli,
andandosi ad incuneare tra gli altri grandi rivali
britannici. Ebbene, tra questi prodotti mirabili
sfavillano proprio i Super Furry Animals e “Love
Kraft” è solo l’ultima creazione,
la settima per la precisione, della band di Cardiff.
Disco al primo tocco lieve e vaporoso, come le
onde del mare che increspano i primi secondi di
“Zoom!”, ouverture crepuscolare e
raffinata a rievocare l’atmosfera delle
fredde terre gallesi, ma che contraddice da subito
il primo impatto con gli improvvisi echi di chitarre
elettriche di “Atomik Lust”. E qui
subito appare un riflesso a quel pop rock di matrice
psichedelica che ha accompagnato la band sin dalle
origini, ma, forse, più che alle laboriosità
tipiche di questo genere, il rimando è
alla schietta complessità di “Pet
Sounds”, capofamiglia irrinunciabile
di ogni buona discografia. Eppure, proprio a questo
punto fa il suo ingresso “Lazer Beam”,
punteggiata d’elettronica, così come
la traccia sorella “Psyclone!”, annunciata
da un solido riff di batteria. Contraddizioni
sottili e che si evolvono impercettibili, sino
ad approdare ad una “Oi Frango” totalmente
strumentale, mentre “Ohio Heat” si
surriscalda per poi placarsi nei colori della
ballad tradizionale.
I Super Furry non shockano e non meravigliano
come lampi, non hanno necessità di ornare
la propria musica con mutazioni accese e decorazioni
artificiose: i fregi, sottili, affiorano nel leggero
tocco delle tastiere sullo sfondo, nell’incastonarsi
tra gli accordi di flauto e clarinetto basso,
nel rincorrersi di cori femminili in “Walk
You Home”, i quali, rimarcati dal battito
del ciárán, fanno di questa traccia
una piccola dimostrazione di semplice eleganza.
Inoltre, a proposito di parti vocali, va sottolineato
come Gruff Rhys non sia interprete di tutte le
tracce del disco, altro piccolo indizio d’una
varietà più sotterranea che apparente.
Con tutta probabilità, i Super Furry possono
essere imputati d’una certa prevedibilità
nelle loro costruzioni melodiche, ma sicuramente
non appaiono ritriti, né tanto meno frettolosi
nell’intaglio del particolare. Il loro ultimo
lavoro si conclude con una “Cabin Fever”
che ospita un pianoforte apparentemente registrato
in presa diretta, con tanto di voci e rumori in
sottofondo: dagli spazi infiniti dell’esordio,
alle quattro mura di chissà quale locale,
dal confronto, forse superficiale, con un genere
storico, ai preziosi particolari ed alla sottile
eterogeneità di un album che è un
dono, una gemma. Una bellezza che si sfoglia nell’aria,
ascolto dopo ascolto.
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Beach Boys - Pet
Sounds