L'8 Febbraio del 1966 alla Film-Makers Cinematheque
di New York, sede della Factory di Andy Warhol,
i Velvet Underground suonarono rumori vari mentre
Gerard Malanga si esibiva in una sorta di danza
moderna e avanguardistica. Il 24 Luglio del 2003
alla Cavea dell'Auditorium di Roma (che in appena
un anno di vita ha già accolto personaggi
del calibro di Brian Eno e Diamanda Galas) Lou
Reed suona un miscuglio di melodie e rumori
mentre il Maestro Guang Yi Ren si esibisce in
alcuni passaggi di danza Tai Chi: il discorso
musicale resta coerente con se stesso, la filosofia
di vita subisce le ingiurie degli anni.
Lou Reed è un habitué degli ambienti
romani, ha sempre espresso amore per questa città,
e non è dunque un evento in sé il
concerto. Lo diventa nella maniera più
semplice e ovvia: assistendovi. Il cantautore
newyorchese porta in giro per la nostra penisola
una tournée che acquista un senso duplice:
da una parte la volontà di presentare al
pubblico i pezzi del nuovo album "The
Raven", dall'altra l'ipotesi di ripercorrere
quarant'anni di carriera musicale - ipotesi supportata
dall'uscita dell'antologia "NYC Man".
E anche il concerto vive questa doppia urgenza:
si inizia con una versione tirata e ansiogena
di "Sweet Jane", cavallo di battaglia
di tanti concerti, applaudita e acclamata a gran
voce.
Dall'album ispirato dalla figura di Edgar Allan
Poe arrivano una sofferta e minimale "Vanishing
Act", vissuta in un silenzio irreale - spesso
e volentieri il pubblico ha interrotto con valanghe
di applausi i pezzi, dimostrando amore verso l'autore
ma anche, sotto sotto, una notevole mancanza di
sensibilità e cultura -, "The Bed",
"Call On Me" e una monumentale, appassionante
"The Raven", recitata con notevole carisma
e straordinaria capacità di modulare la
voce da Reed, che a sessant'anni suonati mette
in mostra un'espressione vocale cavernosa e profonda.
Dal repertorio "Velvet Underground"
arrivano invece una "Venus in Furs"
capace, dopo una partenza in sordina, di esplodere
in un finale incandescente, grazie anche all'eccezionale
apporto della violoncellista Jane Scarpantoni,
che lascia di stucco la platea con un lungo e
frastagliato assolo umoristico: mai avrei pensato
di poter sentire questo pezzo senza rimpiangere
la celeberrima viola elettrica di John Cale.
E' stata poi la volta di una delicata "Sunday
Morning" e di una "All Tomorrow's Parties"
riletta in una chiave rock che da un lato le fa
perdere quel suo fascino decadente (ma la mancanza
della voce di Nico si sarebbe fatta sentire comunque)
ma dall'altro la rivitalizza palesando come a
volte 36 anni siano realmente un'inezia. Dopo
il rientro in scena Reed ha lasciato ad Anthony
- cantante notevole, ma del tutto inadatto ad
interpretare i pezzi del cantautore - il compito
di dare voce a "Candy Says" per poi
concedere ad una folla osannante "Perfect
Day" e chiudere con una versione divertente
e trascinante dell'altrettanto storica "Walk
on the Wild Side".
Rimangono da annotare una notevole "Small
Town", un'appassionante "Ecstasy"
e una devastante versione di "Set the Twilight
Feeling", carica di rumori, riverberi, follie,
stressanti memorie di metropoli in disfacimento
in un mondo che non può più permettersi
l'uso di troppi colori. Ma rimane soprattutto
da annotare la verve di questo genio musicale,
sulla breccia da quarant'anni e da quarant'anni
capace di esprimere, con la sua lingua gergale
e al contempo colta, il senso della civiltà
occidentale: capace di rileggere i propri pezzi
senza mai scadere nell'autocompiacimento e senza
mai sminuirli o ridurli a semplice "obbligo"
nei confronti del proprio pubblico. Che sorridente
ringrazia e si alza in piedi ad applaudire.
Stasera era la quarta volta che il mio tempo
e il mio spazio si incontravano con la gravità
del mondo di Lou Reed. La quarta volta in poco
meno di dieci anni, e decisamente la migliore.
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