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LOU REED
Concerto alla Cavea dell'Auditorium (Roma) (24 luglio 2003)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

L'8 Febbraio del 1966 alla Film-Makers Cinematheque di New York, sede della Factory di Andy Warhol, i Velvet Underground suonarono rumori vari mentre Gerard Malanga si esibiva in una sorta di danza moderna e avanguardistica. Il 24 Luglio del 2003 alla Cavea dell'Auditorium di Roma (che in appena un anno di vita ha già accolto personaggi del calibro di Brian Eno e Diamanda Galas) Lou Reed suona un miscuglio di melodie e rumori mentre il Maestro Guang Yi Ren si esibisce in alcuni passaggi di danza Tai Chi: il discorso musicale resta coerente con se stesso, la filosofia di vita subisce le ingiurie degli anni.

Lou Reed è un habitué degli ambienti romani, ha sempre espresso amore per questa città, e non è dunque un evento in sé il concerto. Lo diventa nella maniera più semplice e ovvia: assistendovi. Il cantautore newyorchese porta in giro per la nostra penisola una tournée che acquista un senso duplice: da una parte la volontà di presentare al pubblico i pezzi del nuovo album "The Raven", dall'altra l'ipotesi di ripercorrere quarant'anni di carriera musicale - ipotesi supportata dall'uscita dell'antologia "NYC Man". E anche il concerto vive questa doppia urgenza: si inizia con una versione tirata e ansiogena di "Sweet Jane", cavallo di battaglia di tanti concerti, applaudita e acclamata a gran voce.

Dall'album ispirato dalla figura di Edgar Allan Poe arrivano una sofferta e minimale "Vanishing Act", vissuta in un silenzio irreale - spesso e volentieri il pubblico ha interrotto con valanghe di applausi i pezzi, dimostrando amore verso l'autore ma anche, sotto sotto, una notevole mancanza di sensibilità e cultura -, "The Bed", "Call On Me" e una monumentale, appassionante "The Raven", recitata con notevole carisma e straordinaria capacità di modulare la voce da Reed, che a sessant'anni suonati mette in mostra un'espressione vocale cavernosa e profonda.

Dal repertorio "Velvet Underground" arrivano invece una "Venus in Furs" capace, dopo una partenza in sordina, di esplodere in un finale incandescente, grazie anche all'eccezionale apporto della violoncellista Jane Scarpantoni, che lascia di stucco la platea con un lungo e frastagliato assolo umoristico: mai avrei pensato di poter sentire questo pezzo senza rimpiangere la celeberrima viola elettrica di John Cale.

E' stata poi la volta di una delicata "Sunday Morning" e di una "All Tomorrow's Parties" riletta in una chiave rock che da un lato le fa perdere quel suo fascino decadente (ma la mancanza della voce di Nico si sarebbe fatta sentire comunque) ma dall'altro la rivitalizza palesando come a volte 36 anni siano realmente un'inezia. Dopo il rientro in scena Reed ha lasciato ad Anthony - cantante notevole, ma del tutto inadatto ad interpretare i pezzi del cantautore - il compito di dare voce a "Candy Says" per poi concedere ad una folla osannante "Perfect Day" e chiudere con una versione divertente e trascinante dell'altrettanto storica "Walk on the Wild Side".

Rimangono da annotare una notevole "Small Town", un'appassionante "Ecstasy" e una devastante versione di "Set the Twilight Feeling", carica di rumori, riverberi, follie, stressanti memorie di metropoli in disfacimento in un mondo che non può più permettersi l'uso di troppi colori. Ma rimane soprattutto da annotare la verve di questo genio musicale, sulla breccia da quarant'anni e da quarant'anni capace di esprimere, con la sua lingua gergale e al contempo colta, il senso della civiltà occidentale: capace di rileggere i propri pezzi senza mai scadere nell'autocompiacimento e senza mai sminuirli o ridurli a semplice "obbligo" nei confronti del proprio pubblico. Che sorridente ringrazia e si alza in piedi ad applaudire.

Stasera era la quarta volta che il mio tempo e il mio spazio si incontravano con la gravità del mondo di Lou Reed. La quarta volta in poco meno di dieci anni, e decisamente la migliore.


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30 luglio 2003




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