A cavallo tra febbraio e marzo (compreso il
giorno del suo sessantaquattresimo compleanno)
l’ex leader dei Velvet Underground ha attraversato
in lungo ed in largo lo stivale portando in scena
quello che più che un Winter Tour aveva
tutta l’aria di un Italian Tour. Gli show,
pur mantenendo e recuperando una forte carica
rock rispetto alle sue recenti apparizioni dal
vivo, hanno però avuto degli alti e dei
bassi, denotando una preparazione abbastanza sommaria
dei pezzi in scaletta. Scaletta che è forse
la nota positiva delle recenti esibizioni, perché
esclude i grandi classici (fatta salva una inutile
ed insipida "Sweet Jane" sempre presentata
come bis), a favore della produzione più
recente del New York City man. L’incedere
di cavalcate elettriche come "Paranoia K
of E" e "Gassed & Stocked",
l’anadamento sbilenco, frustrato e metropolitano
di "Rock Minuet" è pur sempre
un bel sentire, come pure tutti i finali delle
canzoni dilatati e distorti, con la chitarra del
nostro nettamente in primo piano.
Momenti che rimandano ad alcuni dei più
felici episodi delle esibizioni con i Velvet Underground.
Proprio il repertorio di questi ultimi, se si
eccettua il bis indicato in precedenza, è
snobbato parecchio, e bisogna dire che se ne sente
la mancanza. Anche perché in sostituzione
vengono suonati brani minori, e per giunta da
alcuni dischi pericolosamente poppeggianti degli
anni 80. E passi per le belle "My House"
e "The Day John Kennedy Died", ma di
"Tell It To Your Heart" e "My Red
Joystick" francamente non se ne sentiva il
bisogno. La scaletta si snoda su di un repertorio
che sfora raramente la soglia della dozzina di
canzoni, e per uno come Lou, con oltre quarant’anni
di carriera da cui attingere, sembra un po’
uno schiaffo per i fans. Schiaffo che sa tramutarsi
in carezza, quando per chiudere la setlist prima
del bis, spara una "Who Am I" da "The
Raven", che è uno dei pezzi più
belli della sua maturità artistica. La
verità è che Lou
Reed se ne infischia di ogni tipo di giudizio,
ma il suo genio artistico emerge ancora spesso,
cosa che non può farti giudicare negativamente
una sua performance. Ha anche compiuto scelte
discutibili come schierare una formazione con
due bassisti, tremenda sciagura per location che
tutto hanno tranne che una buona acustica (il
Palabam di Mantova è praticamente un hangar).
Anzi, l’acustica del concerto in questione
è stata a dir poco orripilante. Quando
poi è passato per qualche teatro le cose
sembrano essere andate decisamente meglio, ma
d’altronde era fuor di dubbio. Probabilmente
il Lou Reed contemporaneo tende a preferire luoghi
come piccoli club o anfiteatri dove si sente maggiormente
a proprio agio e può esprimere anche musicalmente
un suono più “udibile”.
Infine un’ora e quaranta di ottima musica
che però ti lascia un po’ di amaro
in bocca. Non sei stato tradito da quello che
è un tuo mito ma forse attendevi qualcosa
di diverso. Qualcosa di simile a quell’idillio
sonoro e poetico che erano gli show di un paio
d’anni fa (quelli che hanno prodotto il
live "Animal Serenade"). Ma Lou Reed
è Lou Reed. E "Metal Machine Music"
è lì a ricordarcelo.
Scaletta:
Paranoia K of E
Sword of Damocles
The Day John Kennedy Died
Gassed & Stocked
Tell It To Your Heart
Why Do You Talk
Rock Minuet
My House
My Red Joystick
Street Hassle
Who Am I?
Bis:
Sweet Jane
recensioni collegate:
Lou Reed - le
recensioni
Velvet Undergound - Velvet
Undergound & Nico
Velvet Underground - White
Light / White Heat