Sono le 21.15 esatte quando un Lou
Reed classico (immancabile t-shirt nera e
pantaloni in pelle) sale sul palco del Teatro
Nuovo; neppure il tempo di un saluto che imbraccia
la sua chitarra elettrica argentata per attaccare
con uno dei suoi molti cavalli di battaglia, uno
dei suoi classici, quella "Sweet
Jane" che tante volte ha aperto i
suoi concerti.
La singolare band al suo seguito lo segue sicuro:
ci sono gli immancabili Saunders al basso (e occasionalmente
alla batteria elettrica amplificata) e Rathke
alla chitarra (messo in ombra da un Lou davvero
in serata col suo strumento), poi ancora la violoncellista
Jane Scarpantoni (che con un tremendo assolo nella
più inattesa perla della serata, "Venus
in Furs", fa davvero venire la pelle d'oca)
e il vocalist Antony (un bianco dalla voce soul
niente male che però francamente poco ci
azzecca in alcuni pezzi di Reed e che però
si rende interprete di una bella versione di "Candy
Says", sempre dal repertorio Velvet Underground,
ripescato abbondantemente dal rocker newyorkese).
La serata scivola via fra pezzi duri e morbidi,
vecchi e nuovi in pieno stile concerto-Reed. Tra
le tante gemme sono da ricordare gli antichi pezzi
velvettiani già menzionati a cui si aggiungono
una strana ma quanto mai azzeccata versione rock'n
roll di "All Tomorrow's Party" ed una
più classica ma ugualmente emozionante
"Sunday Morning". Fra i pezzi più
recenti sono da segnalare le esecuzioni di "Dirty
Blvd" (dove assistiamo forse al Reed più
ispirato della serata) ed "Ecstasy",
condita per la serata da un paio di bordate di
chitarra distorta. Reed ripesca a piene mani anche
dal classico "Berlin" del 1973 del quale
propone ottime versioni di "Men of Good Fortune",
"How Do You Think It Feels?" e "The
Bed". Proposti anche pezzi dall'ultimo album
"The Raven"
e, durante il recitativo che costituisce la title
track, fa la sua apparizione sul palco il maestro
di arti marziali di Reed che si esibisce in mosse
orientali francamente evitabili.
Peccato per "Call On Me", canzone pescata
sempre da "The Raven", che nella scialba
e svogliata versione proposta rende molto meno
di quello che potrebbe, almeno a livello emozionale.
Non mancano i bis, "Rock Minuet" ma
soprattutto una conclusiva ed immancabile "Perfect
Day" da brivido emozionale. Reed lascia il
pubblico di Milano con il ricordo di un gran bel
concerto, pacato ma originale, con una scelta
coraggiosa ma azzeccata dei brani in scaletta.
I fan più accaniti a fine serata hanno
qualcosa da recriminare, riconoscono solo in alcuni
tratti il rocker che amano visceralmente. Ma si
sa, Lou Reed non mette mai d'accordo tutti.
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