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LOU REED
Concerto in Piazza XV marzo (Cosenza) (21 luglio 2003)
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di Roberto Interdonato(s) scrivi un'email

Lou Reed - Concerto al Ravenna

Per chi vive al Sud avere la possibilità di assistere al concerto di un grande artista è sempre un evento, poiché è una cosa che capita assai di rado. Quando l'artista in questione è una vera e propria leggenda vivente del rock, non c'è cosa che possa fare più felice un vero kalporziano. Nel caso di Lou Reed credo si debba per forza parlare di leggenda, visto che non conosco molti artisti che possono permettersi di aprire il proprio concerto con "Sweet Jane" e chiuderlo nientemeno che con "Heroin".

Arrivo a Piazza XV Marzo verso le 21:00, e subito comincio a inquadrare l'atmosfera della serata: il palco piccolo e minimale, le amplificazioni vintage e la Telecaster argentata di Lou fanno presagire un concerto fatto soprattutto di vera Musica, e le due o tre generazioni di appassionati accomodati sulle loro sedie credo si augurino la stessa cosa. Sono le 21:45 circa quando la band, così composta, sale sul palco: Reed con maglietta nera e pantaloni di pelle (praticamente la sua divisa) voce e chitarra, Mike Rathke, serio e quasi immobile, seconda chitarra e tastiere, Jane Scarpantoni, sorridente e dai lunghi capelli biondi, alla viola, Fernando Saunders, bandana, occhiali tondi, pelle e voce nera al basso, contrabbasso elettrico e batteria elettrica, Antony, strana figura,avvolto da una penombra "frippiana", seconda voce.

Il concerto ci propone una panoramica di tutta la carriera del nostro, dai Velvet Underground fino al suo ultimo lavoro "The Raven", più di trent'anni di storia del Rock interpretati dall'uomo a cui il rock stesso deve davvero molto, tanto per sonorità quanto per contenuti. In apertura Lou imbraccia la sua Fender luccicante e attacca "Sweet Jane" (canzone che ogni amante di "Rock'n'Roll Animal" si aspetta di sentire in quel momento), e quando si rivolge alla violoncellista Jane per dedicarle la canzone, lei sorride divertita.

Dopo è il turno di "Small Town", accompagnata dal suo caratteristico giro di piano, riprodotto in una maniera fedelissima tramite un effetto dalla chitarra di Rathke ("Mike, you're playing guitar, but I hear piano! Is it possibile?" dice Lou rivolgendosi al chitarrista). Tutto si svolge in maniera meravigliosamente naturale e spontanea, i brani scorrono tranquilli uno dopo l'altro, "Tell it to your heart" (recuperata dal repertorio anni '80), una "Man of good fortune" abbastanza fedele all'originale di "Berlin", disco da cui è tratta anche la seguente "How do you think it feels", che viene però stravolta, in questa versione rumorosa e con un finale accelerato quasi "alla Heroin", tripudio di suoni di ogni specie.

Dopo tanto rumore, un momento di tranquillità e riflessione con "Vanishing Act", tratta da "The Raven", una canzone definita dallo stesso Reed "Sottovoice". Molto ben riuscite le riproposizioni di "Ecstasy" (dall'omonimo album del 2000), con i suoi ritmi ipnotici e orientaleggianti, e quella, tiratissima e molto più dura dell'originale, di "Street Hassle" con Lou Reed che in un altro finale rumoroso urla "The Enemy got no Voice! The Enemy got no voice!" (anche se non è ben chiaro il significato delle frasi urlate con decisione da Lou).

Dopo la parentesi soul di "Revien Chèrie" (scritta e cantata dal bassista Fernando Saunders), è il momento attesissimo di "Venus in Furs", prima canzone della serata tratta dal mitico "The Velvet Underground & Nico": inizia con un delicato arpeggio di chitarra e la voce tremante e coinvolgente di Reed, per lasciare poi la scena al momento più scioccante del concerto, l'interminabile assolo di viola (quasi sei minuti) di Jane Scarpantoni, che tortura la viola come un invasata, spinta da chissà quali oscure forze a manovrare il suo archetto come fosse una spada, tirando fuori dal suo strumento suoni lancinanti e taglienti, così taglienti che alla fine di questa strepitosa performance il suddetto archetto è completamente sfilacciato, io rimango immobile a fissare la scena, tra l'impietrito e il commosso.

Non c'è pace per i cuori degli spettatori che si trovano ad assistere, senza pause, ad una trittico come "Dirty Boulevard"-"Sunday Morning"-"All tomorrows parties". Il primo pezzo, tratto da "New York", manifesto della poetica realista del "New York City Man", è uno dei più energici della serata, con un Lou Reed molto ispirato e un pubblico che apprezza così tanto da alzarsi tutto in piedi per seguire il ritmo. "Sunday Morning", pacata ed emozionante, coglie un po' tutti di sorpresa, e viene cantata a squarciagola da tutta la platea. "All Tomorrow's Parties", riconosciuta all'istante quando parte il giro di tastiere di Rathke, viene proposta in un insolita versione, bella ma che fa perdere un po' di punti al fascino del pezzo.

Dopo si susseguono due brani da "The Raven", la ballata (per quanto questo termine possa aver senso quando si tratta di Lou Reed) "Call on Me", e il recitativo della title track, durante la quale appare (ritorna, visto che aveva già fatto una piccola apparizione) sul palco il maestro cinese Ren Guang Yie, che esegue delle pose Tai Chi affascinanti ma che credo centrino poco con la lettura di una poesia di Edgar Allan Poe (forse il messaggio voleva essere: "Se a 62 anni sono capace di fare cose simili, è grazie al Tai Chi", chi può dirlo?).

A "chiudere" una lunghissima "Set the twilight reeling", uno dei pezzi più riusciti di tutto il concerto, tutti i musicisti impegnati a dare il massimo, in un apoteosi di buon vecchio rock. Dopo una piccola pausa, tutti ritornano in scena per il bis che ci regala "Candy Says" (altro pezzo storico dei Velvet Underground) cantata da quello strano personaggio che è Antony, una splendida "Perfect Day" (l'unico pezzo dove sembra integrarsi bene la presenza sempre di Antony), e un finale al cardiopalma dove Lou regala a tutti la richiestissima "Heroin", emozionante, sentita, impeccabile, con i suoi cambi di ritmo e di umore, meravigliosa.

Appena si spegne l'ultima nota di "Heroin", un fan sbuca dal nulla sul palco, salta addosso a Lou, lo abbraccia e lo bacia, facendogli anche male ad una spalla, strana dichiarazione d'ammirazione e affetto. Lou Reed ringrazia e saluta, tutti fanno un inchino e spariscono dietro le quinte, concludendo un concerto dove tutti i musicisti sono apparsi ispiratissimi e in gran forma, che ha regalato energia, rumore ed tante sane emozioni, e che il sottoscritto ricorderà per molto tempo, sperando che la sua terra possa regalargli più spesso di questi eventi (magari portandoci Bowie, magari…).


Scaletta:
Sweet Jane
Small Town
Tell it to your heart
Man of good fortune
How do you think it feels
Vanishing Act
Ecstasy
The Day John Kennedy Died
Street Hassle
The Bed
Revien Chčrie (scritta e cantata da Fernando Sanders)
Venus in Furs
Dirty Boulevard
Sunday Morning
All tomorrows parties
Call on me
The Raven
Set the twilight reeling
____________
Bis:
Candy Says (cantata da Antony)
Perfect Day
Heroin


recensioni collegate:
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Velvet Undergound - Velvet Undergound & Nico


31 luglio 2003





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