Per chi vive al Sud avere la possibilità
di assistere al concerto di un grande artista
è sempre un evento, poiché è
una cosa che capita assai di rado. Quando l'artista
in questione è una vera e propria leggenda
vivente del rock, non c'è cosa che possa
fare più felice un vero kalporziano. Nel
caso di Lou Reed
credo si debba per forza parlare di leggenda,
visto che non conosco molti artisti che possono
permettersi di aprire il proprio concerto con
"Sweet Jane" e chiuderlo nientemeno
che con "Heroin".
Arrivo a Piazza XV Marzo verso le 21:00, e subito
comincio a inquadrare l'atmosfera della serata:
il palco piccolo e minimale, le amplificazioni
vintage e la Telecaster argentata di Lou fanno
presagire un concerto fatto soprattutto di vera
Musica, e le due o tre generazioni di appassionati
accomodati sulle loro sedie credo si augurino
la stessa cosa. Sono le 21:45 circa quando la
band, così composta, sale sul palco: Reed
con maglietta nera e pantaloni di pelle (praticamente
la sua divisa) voce e chitarra, Mike Rathke, serio
e quasi immobile, seconda chitarra e tastiere,
Jane Scarpantoni, sorridente e dai lunghi capelli
biondi, alla viola, Fernando Saunders, bandana,
occhiali tondi, pelle e voce nera al basso, contrabbasso
elettrico e batteria elettrica, Antony, strana
figura,avvolto da una penombra "frippiana",
seconda voce.
Il concerto ci propone una panoramica di tutta
la carriera del nostro, dai Velvet Underground
fino al suo ultimo lavoro "The
Raven", più di trent'anni di storia
del Rock interpretati dall'uomo a cui il rock
stesso deve davvero molto, tanto per sonorità
quanto per contenuti. In apertura Lou imbraccia
la sua Fender luccicante e attacca "Sweet
Jane" (canzone che ogni amante di "Rock'n'Roll
Animal" si aspetta di sentire in quel momento),
e quando si rivolge alla violoncellista Jane per
dedicarle la canzone, lei sorride divertita.
Dopo è il turno di "Small Town",
accompagnata dal suo caratteristico giro di piano,
riprodotto in una maniera fedelissima tramite
un effetto dalla chitarra di Rathke ("Mike,
you're playing guitar, but I hear piano! Is it
possibile?" dice Lou rivolgendosi al chitarrista).
Tutto si svolge in maniera meravigliosamente naturale
e spontanea, i brani scorrono tranquilli uno dopo
l'altro, "Tell it to your heart" (recuperata
dal repertorio anni '80), una "Man of good
fortune" abbastanza fedele all'originale
di "Berlin", disco da cui è tratta
anche la seguente "How do you think it feels",
che viene però stravolta, in questa versione
rumorosa e con un finale accelerato quasi "alla
Heroin", tripudio di suoni di ogni specie.
Dopo tanto rumore, un momento di tranquillità
e riflessione con "Vanishing Act", tratta
da "The Raven", una canzone definita
dallo stesso Reed "Sottovoice". Molto
ben riuscite le riproposizioni di "Ecstasy"
(dall'omonimo album del 2000), con i suoi ritmi
ipnotici e orientaleggianti, e quella, tiratissima
e molto più dura dell'originale, di "Street
Hassle" con Lou Reed che in un altro finale
rumoroso urla "The Enemy got no Voice! The
Enemy got no voice!" (anche se non è
ben chiaro il significato delle frasi urlate con
decisione da Lou).
Dopo la parentesi soul di "Revien Chèrie"
(scritta e cantata dal bassista Fernando Saunders),
è il momento attesissimo di "Venus
in Furs", prima canzone della serata tratta
dal mitico "The Velvet
Underground & Nico": inizia con un
delicato arpeggio di chitarra e la voce tremante
e coinvolgente di Reed, per lasciare poi la scena
al momento più scioccante del concerto,
l'interminabile assolo di viola (quasi sei minuti)
di Jane Scarpantoni, che tortura la viola come
un invasata, spinta da chissà quali oscure
forze a manovrare il suo archetto come fosse una
spada, tirando fuori dal suo strumento suoni lancinanti
e taglienti, così taglienti che alla fine
di questa strepitosa performance il suddetto archetto
è completamente sfilacciato, io rimango
immobile a fissare la scena, tra l'impietrito
e il commosso.
Non c'è pace per i cuori degli spettatori
che si trovano ad assistere, senza pause, ad una
trittico come "Dirty Boulevard"-"Sunday
Morning"-"All tomorrows parties".
Il primo pezzo, tratto da "New
York", manifesto della poetica realista
del "New York City Man", è uno
dei più energici della serata, con un Lou
Reed molto ispirato e un pubblico che apprezza
così tanto da alzarsi tutto in piedi per
seguire il ritmo. "Sunday Morning",
pacata ed emozionante, coglie un po' tutti di
sorpresa, e viene cantata a squarciagola da tutta
la platea. "All Tomorrow's Parties",
riconosciuta all'istante quando parte il giro
di tastiere di Rathke, viene proposta in un insolita
versione, bella ma che fa perdere un po' di punti
al fascino del pezzo.
Dopo si susseguono due brani da "The Raven",
la ballata (per quanto questo termine possa aver
senso quando si tratta di Lou Reed) "Call
on Me", e il recitativo della title track,
durante la quale appare (ritorna, visto che aveva
già fatto una piccola apparizione) sul
palco il maestro cinese Ren Guang Yie, che esegue
delle pose Tai Chi affascinanti ma che credo centrino
poco con la lettura di una poesia di Edgar Allan
Poe (forse il messaggio voleva essere: "Se
a 62 anni sono capace di fare cose simili, è
grazie al Tai Chi", chi può dirlo?).
A "chiudere" una lunghissima "Set
the twilight reeling", uno dei pezzi più
riusciti di tutto il concerto, tutti i musicisti
impegnati a dare il massimo, in un apoteosi di
buon vecchio rock. Dopo una piccola pausa, tutti
ritornano in scena per il bis che ci regala "Candy
Says" (altro pezzo storico dei Velvet Underground)
cantata da quello strano personaggio che è
Antony, una splendida "Perfect Day"
(l'unico pezzo dove sembra integrarsi bene la
presenza sempre di Antony), e un finale al cardiopalma
dove Lou regala a tutti la richiestissima "Heroin",
emozionante, sentita, impeccabile, con i suoi
cambi di ritmo e di umore, meravigliosa.
Appena si spegne l'ultima nota di "Heroin",
un fan sbuca dal nulla sul palco, salta addosso
a Lou, lo abbraccia e lo bacia, facendogli anche
male ad una spalla, strana dichiarazione d'ammirazione
e affetto. Lou Reed ringrazia e saluta, tutti
fanno un inchino e spariscono dietro le quinte,
concludendo un concerto dove tutti i musicisti
sono apparsi ispiratissimi e in gran forma, che
ha regalato energia, rumore ed tante sane emozioni,
e che il sottoscritto ricorderà per molto
tempo, sperando che la sua terra possa regalargli
più spesso di questi eventi (magari portandoci
Bowie, magari
).
Scaletta:
Sweet Jane
Small Town
Tell it to your heart
Man of good fortune
How do you think it feels
Vanishing Act
Ecstasy
The Day John Kennedy Died
Street Hassle
The Bed
Revien Chčrie (scritta e cantata da Fernando Sanders)
Venus in Furs
Dirty Boulevard
Sunday Morning
All tomorrows parties
Call on me
The Raven
Set the twilight reeling
____________
Bis:
Candy Says (cantata da Antony)
Perfect Day
Heroin
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