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LOS NATAS
Concerto al Sinister Noise (Roma) (2 novembre 2008)
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di Lorenzo Centini scrivi un'email

foto Stefan De Batselier

Questo pezzo lo scrivo pensando a voi, signorine, che vi imbellettate il pomeriggio prima di andare al concerto dei vostri beniamini, voi che trascorrete tutta la serata cercando di attirare attenzione sulle spalle di un vostro malcapitato amico che, data la pena che subisce, ritiene (a ragione?) di avere delle possibilità oggettive per il seguito della serata, voi che poi attendete che i lungocriniti e sudati musicisti escano dai camerini per autografare le vostre maglie e farsi una foto con voi.

Seguo i Natas da qualche anno, dopo che una recensione su Rumore mi fece conoscere “Ciudad de Brahman”, piccola gemma di psichedelia liquida e stoner affossata dal fallimento della Man's Ruin di Frank Kozik (stesso crack che ha tarpato le ali ai mastodontici Unida di John Garcia, nemesi dei QOTSA).

E allora, come il manuale del fan provetto ordina, mi reco al Sinister Noise con la maglietta del tour europeo del 2004 per affermare la mia superiorità su tutti i presenti. Gli Dei dovevano essere dalla mia perché mentre si discuteva amenamente col solito, ineffabile Francesco su un divanetto, ecco avvicinarsi Sergio, voce e chitarra degli argentini, che saluta e si siede per elaborare la scaletta insieme a quello che il mio compare ha definito, per una forte somiglianza, l'Alberto Castagna dell'heavy metal e che si è rivelato invece El Topo, voce dei Santoro, progetto collaterale dei Natas stessi, e da poco dei temibili doomsters Dragonauta. Persona straordinaria e socievole, con un ottimo italiano imparato lavorando sulle piste da sci valdostane, vagabondo tra Palermo e Barcellona che la paternità ha fatto rientrare a Buenos Aires. Lo sguardo di Sergio, caldo e non meno socievole, ma all'apparenza meno espansivo, è invece quello sognante e determinato di uno che attraversa oceano ed equatore per entrare in contatto con gente nuova e farle sentire la sua musica. Praticamente il coronamento di un sogno per chi ha almeno una volta preso una chitarra in mano per il piacere di suonarla e non per immaginarsi con la chioma di Slash tra stadi, donne e cocaina.

Sotto, nella sala sinistramente tinteggiata di rosso, mi gongolo della sorpresa sui volti di Walter e Gonzalo, sessione ritmica dei Natas, di fronte alla mia maglia, segnale di un integralismo inatteso da queste parti.
Sul palco, il trio ha mostrato due delle sue sfaccettature, quelle più hard e più rock, senza lasciare spazio alle invenzioni quasi world e ambient di “Toba Trance”. In particolare, a inizio esibizione e con la presenza di El Topo alla voce, i Natas si trasformano in una creatura metallica di potentissimo doom'n'roll di grande impatto, con una versione di “El Bolsero” da far tremare i muri, tra il tono cavernoso della voce, le evoluzioni dinamiche e muscolari del basso, la frenesia percussiva di Walter e la ruvidezza del suono di Sergio.

Rimanendo in tre, invece, come di consueto, il suono si assesta tra quello di “El Corsario Negro” e quello di “El Hombre Montaña”, magmatico e torrenziale. Veloce e fratturato nelle invenzioni sparate a mitraglia dalla batteria di Walter, con tocchi sui piatti come scrosci di piogge tropicali e raffiche di rullate a sferzare il pubblico come un uragano. Cangiante e avventuroso nelle dinamiche melodiche delle quattro corde di Gonzalo, piegato su un basso che arriva alle ginocchia come un Ramone, dita che plasmano il suono e solleticano voluttuosamente le corde. Penalizzate dall'acustica invece le sfumature hendrixiane di certi passaggi chitarristici e l'epica vocale che sui dischi li rende una delle realtà heavy-psych più interessanti del globo.

Peccato quindi che “Contemplando la Niebla” non riesca a librare i colori di cui è composta, e “Meteoro 2028” appaia meno siderale di quanto sia in realtà. I brani più corrosivi riescono invece con una forza estrema, “Patas de Elefante” si chiude con una prova furente di Walter che sembra un quadrumane, il decollo della scialuppa diretta al “Planeta Solitario” è marziale e muscolare. Scaletta che scandaglia quasi tutte le produzioni e recupera anche i vecchi e kyussiani esordi.

In chiusura (presto, troppo presto, ma queste erano le consegne...) El Topo torna sul palco, afferra il microfono e orchestra una cover infernale di “Ace of Spades”, protendendosi sul pubblico pogante nei cori.
Andando via, come le signorine suddette, non posso esimermi dal salutarli uno ad uno e ringraziarli. Walter, bagnato di sudore (ma sembra Giovanni Battista emerso dalle acque del Giordano), vedendo che avrei avuto bisogno di un carrello per portare via la roba saccheggiata dal banchetto dei dischi, mi sorpassa con una pacca sulla spalla. No, amico, sono io ad essere riconoscente...

collegamenti su MusiKàl!
Queens Of The Stone Age - Era Vulgaris
Queens Of The Stone Age - Lullabies to Paralyze
Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf
Queens Of The Stone Age - Rated-R

 



17 dicembre 2008




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