Ben, ti fai produrre da un famoso d.j.? "No!"
Ben, ci mettiamo un po' di elettronica? "No!"
Che ne dici di un campionamento qui? "No!"
E di un sintetizzatore lì? "No!".
Ben Harper è come il prosciutto buono della
pubblicità: schietto, genuino e non sofisticato,
è il paladino di una musica viscerale,
suonata con pochi strumenti e tanta passione.
E' quindi normale che la sua dimensione ideale
sia quella dal vivo, come sanno quelli che l'hanno
visto: seduto su uno sgabello, le mani che fanno
correre lo slide sulla vecchia Weissenborn, Ben
porta sangue e calore nella cornice del concerto
rock, attingendo direttamente alla fonte del blues,
al Mississipi. Ma Ben è tutt'altro che
un puritano: se le vibrazioni sono buone, se una
sequenza di accordi può colorare la sua
vecchia chitarra, Ben non si fa scrupoli nello
spaziare dal folk bianco al soul più sensuale,
dal rock hendrixiano al funky, fino alla canzone
pop.
Tutto questo si trova in questo ricco piatto
live: l'album è diviso in due cd, un disco
suonato assieme alla band, gli Innocent Criminals,
e uno da solo, avvinghiato ai piccoli accordi
di una chitarra acustica; due diversi modi di
parlare al pubblico, col filo conduttore dell'immediatezza
e della semplicità. Basterebbe dare un'occhiata
alle cover sparse sui due dischi per capire come
a Ben importi solamente delle good vibrations,
in barba alle etichette: c'è una scarna
ed efficace "Sexual Healing" di Marvin
Gaye; c'è il classico zeppeliniano "Whole
Lotta Love" che nasce quasi spontaneamente,
quando "Faded" ribolle e si arroventa
fino ad arrivare al punto di fusione; c'è
perfino "The Drugs Don't Work" di Richard
Ashcroft, che nella dimensione acustica, solitaria,
sembra una dolorosa confidenza sulle note di una
canzone pop.
Maestri e influenze diverse, che Ben riesce a
mescolare miracolosamente nei suoi brani migliori:
clamorosa è "Woman in You", dove
il falsetto soul viene spezzato da brucianti scariche
distorte. Tutto il primo cd si attesta sui medesimi
livelli e temperature: da "Mama's Got a Girlfriend"
ai brani più recenti, Ben dà la
scossa a un pubblico in visibilio (ascoltate i
cori su "Burn One Down"), aiutato dalla
band e dai due incredibili "beatbox umani"
Nick Rich e Rahzel.
Nel secondo disco le cose cambiano: con Ben da
solo con la sua chitarra, la dimensione si fa
più che intima, arriva quasi a stridere
nel contrasto con il caldo set elettrico. Ben
si fa pensieroso, sussurra e sfiora appena le
corde, alla ricerca di un dialogo silenzioso con
un'audience forse troppo rock, troppo entusiasta
per adattarsi al cambiamento di tono. Le canzoni
scorrono placidamente, con la track list che inizia
e finisce con brani tratti dal primo album, l'indimenticabile
"Welcome to the Cruel World".
Conclusioni: due ore di passione e intensità,
equamente distribuite fra l'elettrico e l'acustico;
se aggiungo che la confezione è molto carina,
fatta come quella di un vinile e piena di foto,
e che l'album doppio costa come un singolo, bè,
fate due conticini, e decidete se comprare "Live
from Mars" o il prosciutto senza conservanti.
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