Ogni grande personaggio ha il suo grande gregario,
che agisce pressoché inosservato nell’ombra,
e che verrà quasi sistematicamente ignorato
dai posteri: ci sono così tanti comprimari
dimenticati ai quali la monumentale storia del
rock non ha ancora reso abbastanza giustizia che
si potrebbe dar vita alla più grande super-band
di sempre. Uno di questi è Danny Whitten,
primo chitarrista dei Crazy Horse, la storica
band di Neil Young. Sostanzialmente, la sua militanza
nelle fila del Cavallo Pazzo aveva finora lasciato
un unico frutto: l’incredibile “Everybody
knows this is nowhere”, primo e forse più
grande capolavoro del canadese. Whitten partecipa
ancora a “After the goldrush”, del
solo Young e in cui le elettriche tacciono per
la maggior parte, mentre poco dopo l’uscita
di "Harvest"
è già sottoterra a causa della consueta
overdose di eroina.
Neil Young non lo ha mai dimenticato. Il junkie
di cui parlava “The needle and the damage
done” era proprio Whitten, da poco allontanato
dalla band a causa della sua dipendenza dalla
suddetta sostanza, e in seguito addirittura un
intero album, l’oscuro e sanguinante “Tonight’s
the night”, sarà ispirato dalla sua
perdita. Non stupisce perciò che ad aprire
le uscite riguardanti i leggendari Archives sia
un album live della prima formazione dei Crazy
Horse, il primo a testimoniare l’importanza
che ha avuto Whitten come spalla del canadese:
non un rivale alla Stills, ma la perfetta controparte
per lo stile impetuoso di Young. E non stupisce
che nella scaletta del concerto in questione compaia
anche una canzone firmata Whitten, quella “Come
on baby let’s go downtown” che vedrà
la luce proprio nel disco a lui dedicato, il già
citato “Tonight’s the night”.
Il resto del concerto è praticamente un
best of di "Everybody knows this is nowhere",
ovvero il palesarsi di uno dei migliori concerti
immaginabili, ovvie padrone del campo le mastodontiche
“Down by the river” e “Cowgirl
in the sand”, due cavalcate senza fine,
senza tempo e senza pari. Completano il tutto
la semi-sconosciuta “Winterlong” e
una frizzante “Wonderin’ “ che
vedrà la luce soltanto 13 dopo, completamente
sfigurata, nell’anomalo e controverso “Everybody’s
rockin’”. Neil Young è sempre
rimasto affezionato alla memoria dei (tanti) collaboratori
fidati caduti nell’arco della sua gigantesca
carriera. Whitten è stato il primo, forse
anche il più importante. Neil non poteva
omaggiarlo in un modo migliore: con un album che
va a coprire una piccola falla storica, che apre
l’epopea, speriamo florida, degli Archives,
un album che testimonia la grandezza dei Crazy
Horse primigeni.
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