Certe operazioni discografiche lasciano davvero
a bocca aperta. Insomma, di live o best of buttati
lì per aggiungere un capitolo nella discografia
di chicchessia, magari dopo neanche un paio di
album, ne hanno le palle piene (e le tasche vuote)
anche i fan più ciechi. Ma ogni tanto gente
preziosa come Dylan
si inventa la Bootleg Series e uno vorrebbe che
ne uscisse un volume alla settimana. C’è
un’altra categoria di musicista, assai pericolosa:
il prolifico-meticoloso, quello che raccoglie
personalmente e cura con attenzione ognuna delle
sue (innumerevoli) registrazioni. Neil Young,
per fare un esempio, ha i cassetti pieni zeppi
di chissà quali tesori accumulati con il
passare del tempo. Le discussioni riguardanti
la pubblicazione dei suoi famosi Archives si protraggono
da qualche decade a questa parte, ma Young, perenne
insicuro ma anche furbetto, ha sempre rinviato
la fatidica data.
“Live at Massey Hall” è il
secondo volume degli Archives, dopo il possente
“Live
at the Fillmore East” uscito alla fine
dell’anno scorso. Lo segue anche in ordine
cronologico: il primo documenta un’esibizione
del 1970 con i Crazy Horse, il secondo la data
del 19 gennaio 1971 del “Journey through
the past solo tour” del ’71, e si
piazza tra “After the gold rush” e
“Harvest”.
Un’altra analogia tra Archives e Bootleg
Series, ora che finalmente se ne possono fare,
è che si tratta sì di grandi album,
ma soprattutto di magnifiche istantanee che catturano
un determinato periodo, un preciso momento nella
carriera dell’artista in questione. È
prevalentemente la rilevanza storica a farne dei
documenti importantissimi, che celano dietro la
musica una quantità innumerevole di spunti
e di aneddoti.
“Live at Massey Hall”, oltretutto,
ha ancora più storie da raccontare del
già importantissimo “Live at the
Fillmore East”.
Neil torna finalmente a casa, nel natio Canada,
dopo aver già scritto, appena ventiseienne,
alcune grandi pagine della bibbia del rock’n’roll:
da solo, con i Crazy Horse, e con un’allegra
(ma non troppo) combriccola a nome Crosby, Stills,
Nash & Young. È a pezzi, stanchissimo.
Sente il bisogno di salire da solo sul palco,
di non dividere con nessuno la scena, di lasciare
l’elettrica nella custodia e imbracciare
l’acustica, o al limite sedersi al pianoforte.
Rifiuta di seguire il consiglio del suo storico
produttore David Briggs, al quale è legato
da un rapporto di amore/odio: decide di non pubblicare
questo album live, di qualità eccezionale
secondo Briggs, che, infuriato, non lavorerà
con il canadese per un bel po’. Neil, passando
da Nashville pochi giorni dopo, radunerà
un gruppo di musicisti locali e inciderà
i nastri che diventeranno “Harvest”.
Il concerto alla Massey Hall diventerà
uno dei suoi bootleg più amati e diffusi.
Riascoltandolo dopo tutto questo tempo, Young
deve aver pensato che dopotutto (l’ormai
defunto) Briggs poteva non essere poi così
tanto dalla parte del torto.
Di cosa debba aver rappresentato assistere a
un concerto del genere, dopo l’ascolto dell’album,
se ne ha solamente un vago sentore. Sembra letteralmente
inconcepibile che la gente seduta alla leggendaria
Massey Hall di Toronto quella sera abbia potuto
sentire per prima una pietra miliare come “The
needle and the damage done”, o l’aspra,
dolente “Old man”, o l’autobiografica
“A man needs a maid” (“I was
watching a movie with a friend, I fell in love
with the actress”, ovvero Carrie Snodgress,
sua compagna all’epoca) che sfuma in una
spizzicata versione pianistica di “Heart
of gold”, tutte composizioni che finiranno
in Harvest. O pezzi che ricompariranno anni più
tardi, come “Journey through the past”
e “Love in mind” (in “Time fades
away”), oppure “See the sky about
to rain” (nell’incommensurabile “On
the beach”). Sono anche tante le novità
discografiche assolute: la sbarazzina, incantevole
“Dance dance dance” e una “Bad
fog of loneliness” che affonda le radici
nel country-folk più colto, non sono mai
apparse prima. Così come le riletture acustiche
di due grandi inni elettrici come “Cowgirl
in the sand” e “Down by the river”,
che di solito assommate occupavano 30 o più
minuti mentre qui sfiorano gli 8, a dimostrare
che sotto la spessa coltre intessuta dagli assoli
Young nasconde molto spesso delle vere meraviglie.
Perfino due successi di CSN&Y, come l’immortale
“Helpless” e la politicissima “Ohio”
(che però risente un po’ della mancanza
dei tradizionali controcanti), non perdono in
termini di freschezza e impatto anche se opportunamente
spolpate. Già così si tratterebbe
di una delizia assoluta, aggiungiamoci una manciata
di pezzi tratti da “After the goldrush”,
non esattamente il peggior disco del canadese,
e il tutto entra nel regime dell’incredibile.
Sembrava veramente improbabile che il secondo
capitolo degli Archives potesse superare il primo,
e invece. Chiaramente si tratta di due artefatti
completamente differenti, l’uno mastodontico
l’altro essenziale, l’uno urticante
l’altro sommesso. Sommesso, ma non malinconico:
Young è distrutto dopo mesi e mesi diviso
tra l’attività con due band diverse,
Crazy Horse e Stray Gators, un supergruppo e un
prezioso chitarrista caduto nel vortice dell’autodistruzione,
ma si sente a casa sua, la sua situazione sentimentale
è rosea (cosa assai rara) ed è prolifico
come non mai. “Live at Massey Hall”
ci parla di un Neil Young di cui finora sapevamo
poco, che non avevamo ancora scoperto. “Live
at Massey Hall” si dimostra grande come
la storia che ci racconta.
collegamenti su MusiKàl!
Neil Young - le
recensioni
Bob Dylan - la Kalporzgrafia
Crosby & Nash - Concerto
al Fillmore (Cortemaggiore - PC)
Crosby Stills & Nash - Crosby
Stills & Nash
Crosby Stills Nash & Young - Deja
Vu