I veri e propri tesori per gli appassionati
dei Dead rappresentati dalle innumerevoli uscite
postume di materiale registrato dal vivo nel corso
della loro lunghissima e leggendaria carriera
(e che hanno comunque prosciugato le tasche dei
deadheads più accaniti, orfani di “Babbo
Natale” Jerry Garcia), potrebbero potenzialmente
intaccare la gloria di questo monumento alla musica?
Chi può sapere quale sia stata la “Dark
Star” più bella che i Dead abbiano mai
eseguito? Impossibile dirlo, per cui lasciamo
da parte il punto di vista del fan di stretta
osservanza e diamo un’occhiata a questo – come
l’abbiamo definito – monumento.
Per “Dark Star” dovrebbe essere evidente il fatto che, a distanza di trentaquattro anni, la definizione di trip psichedelico in musica risulti terribilmente datata e riduttiva. La musica della cosiddetta controcultura vede qui realizzata – la vogliamo dire questa cosa oscena, tanto retorica quanto vera? – la sua “Nona di Beethoven”. O, se vogliamo, il suo “A Love Supreme”.
“Dark Star “ è suonata con gli strumenti
del rock, ma è un brano incredibile che
trascende i generi. Nasce quieto, timide note
di chitarra e basso, poi qualcosa prende forma,
si definisce, il suono si fa distinto. E poi la
chitarra di Jerry Garcia discende direttamente
dagli spazi interstellari. Brividi infiniti sulla
schiena di un ascoltatore di umana sensibilità.
Il resto della storia lo conoscete, se ancora
non è così siete caldamente invitati a
provvedere.
L’introduzione di “St. Stephen” ci consola subito della fine del meraviglioso viaggio alla ricerca dell’oscura stella. Altro pezzo memorabile, ancora una volta ricco di sognanti aperture melodiche vocali. Uno dei brani più belli del repertorio della band.
Con “The Eleven” si passa invece a ritmi vertiginosi;
qui i Dead ci mostrano la loro formidabile sezione
ritmica con il basso di Phil Lesh e le batterie
di Hart e Kreutzmann. Ron “Pigpen” McKernan domina
il blues di “Turn on Your Lovelight” . Un altro
grande che se ne è andato troppo presto,
Pigpen.
Altro capolavoro nel capolavoro è la versione
di “Death Don’t Have No Mercy “ di Rev. Gary Davis.
“Feedback” è un’altra esperienza tipicamente
lisergica, che precede il dolce commiato di sapore
folk di “And We Bid You Goodnight”.
Un difetto? Manca “Mountains of The Moon”. Alzi la mano chi, conoscendone le favolose versioni live di quel periodo non l’avrebbe voluta inserita in questa opera d’arte.